Recensioni

«Bury the burden, baby». Così il 19 marzo Thao Nguyen, frontwoman dei Thao & The Get Down Stay Down, chiudeva un lungo post sul suo profilo Instagram. La stessa chiosa scelta per Temple, opener del nuovo e omonimo album della band (attualmente) californiana.
In quel post venivano spiegati a chiare lettere gli obiettivi della “missione” alla base del brano e, per estensione, dell’intero album. Unico obiettivo, la celebrazione della libertà individuale vista come patrimonio collettivo e, sua naturale conseguenza, la ferma condanna nei confronti di qualsivoglia costrizione o coercizione. Sullo sfondo le origini e il vissuto della Nguyen: il Vietnam, sua madre, la guerra, i tabù culturali legati all’omosessualità e alla teoria queer e le relative lotte per affermare la propria identità. Per dare voce a questo enorme fardello di emozioni c’era bisogno di lasciarsi qualcosa alle spalle, elaborare il lutto, superare la vergogna e ripartire da una coscienza rinnovata, un vero e proprio coming out artistico e personale giunto non per annullamento, ma per ricerca. Non sorprende infatti che le parole usate nella press siano state più o meno queste: «Credo che questa vergogna abbia reso il mio lavoro “generico”, quando ho sempre voluto renderlo “specifico”. Questo album è sull’essere finalmente “specifici”. Quando ascolti la mia musica, voglio che si sappia con chi hai a che fare». Ma cosa serve quindi per diventare specifici?
Senza dubbio una forte consapevolezza della propria identità, ricerca in cui la Nguyen aveva già mostrato di aver investito nel precedente album: «in A Man Alive viene del tutto annullata la sofisticata miscela a base di indie-folk e alt-rock che in We Brave Bee Stings and All aveva letteralmente stupito critica e cultori del genere […] La stessa Thao smarrisce punti di riferimenti fondamentali della lezione indie-folk per avvicinarsi con decisione a folli acrobazie in stile St.Vincent» (Carmine Vitale). Temple è un passo ulteriore verso quella dimensione eclettica sfrenatamente sperimentale, tanto pericolosa quanto ammaliante. Il missaggio è stato affidato a Mikaelin “Blue” Bluespruce (Solange, Carly Rae Jepsen, Mariah Carey), con l’intento di ficcare il naso nel mondo dell’hip-hop dando risalto ai beat e sfoggiando groove più incisivi. L’operazione della Nguyen riesce però solo a tratti, rivelando che non sempre sterzate muscolari portano su terreni facili. Il percorso di Temple è infatti accidentato ed, eccezione fatta per il tris d’assi in apertura (con la linea vocale di Lion on the hunt che sembra sorretta dai Battles, e Phenom che giustifica quella ricerca sull’hip-hop) si impantana spesso in indigeste nenie in downtempo (Disclaim), litanie dal vago sapore liturgico (I’ve got something) e zaffi pop rock gradevoli ma eccessivamente bonari (Pure Cinema).
Temple è, nelle intenzioni, uno slancio di libertà mosso da sentimenti nobili e figlio di una genuina ribellione nei confronti dei limiti, sia fisici che mentali. L’output, però, sebbene orecchiabile e ben confezionato, restituisce un feeling inesorabilmente involutivo e un sound mai chiaro nelle intenzioni. Certo, qualche pezzo funziona e le spigolosità di Thao Nguyen continuano ad affascinare, ma non bastano a sorreggere le travi di un’aspettativa stavolta molto ingombrante.
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