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7.7

Questo album è la consacrazione silenziosa di Thalia Zedek, negata persino al palcoscenico off del mondo indie per via della sua orgogliosa non appartenenza a nessun genere, a nessuna epoca e a nessuna moda. Il suo slowcore personalissimo abbraccia, per sedimentazione, tutte le vicende della sua ormai lunga carriera: dall’iniziale spinta post-punk dei Live Skull, all’underground degli Uzi sino al ritorno alla tradizione blues/country rivisitata dei Come, per trovare sintesi ora in uno stile alieno ma familiare, un inquietante ossimoro antico.

I primi episodi del disco (Ship, Sailor) segnano subito un progresso rispetto a Been Here And Gone, il debutto solista del 2001, ma è da Evil Hand in poi che inizia una magia stupefacente e inedita per la Zedek fatta di una sequenza mozzafiato di gioielli (Angels, Bone, Since Then, Bus Stop sino alla fine del disco). La formazione è la stessa di due anni prima ma il violino di David Michael Curry (Windsor For The Derby, Empty House Cooperative) s’è dilatato diventando una coperta avvolgente che lenisce e stempera la rugiadosa tristezza di Thalia, il piano di Mel Lederman (Victory At Sea) che si spende in poche ma essenziali stille si fa bussola per gli ipnotici riff di chitarra e la caracollante batteria del fido Coughlin. Su questa sinergia perfetta Thalia trova un’espressione nitida come non mai: ecco la strega bambina in tutta la sua magnificenza; strega nel senso di donna della medicina, la Winyan Wakan delle tradizioni indigene nordamericane dalla voce androgina da Nina Simone, bambina per le sue dolci e semplici melodie cantate sempre in prima persona.

Ecco uno dei classici dischi dell’anno (2004) che non conviene inserire in playlist: non è trendy, non è cult, non è antagonista nè conformista è Thalia Zedek al 100%.

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