Recensioni

L’importanza storica di Remain In Light (1980), il quarto disco dei Talking Heads, capolavoro universalmente riconosciuto, ha talvolta come conseguenza un ridimensionamento della produzione precedente della band. Questo è un peccato, poiché tutti i primi dischi sono eccellenti, ma lo scarto stilistico e sonoro di quel disco è tale che molti se lo immaginano come un nuovo esordio; di fatto, la differenza di sound e composizione tra Remain In Light e Talking Heads: 77, il primo album, è effettivamente abissale.
Per questo, si potrebbe pensare che se 77 fu un esordio di canzoni di pop spigoloso ma incredibilmente fresco e stimolante, e Remain In Light un’apoteosi poliritmica che traspose e trascese l’afrobeat nel contesto frenetico e futurista della New York degli anni ’80, i due album che li separavano fossero fondamentalmente dischi di transizione.
In realtà, il percorso che porta i Talking Heads dal primo al quarto album, analizzato cronologicamente, è molto più lineare e comprensibile; ad ogni uscita il gruppo faceva un passo in più verso qualcosa di diverso, progrediva in una direzione che pareva impensabile – e invece aggiungeva sostanza, e originalità, al suo stile.
Per quanto riguarda More Songs About Building and Food, che segue 77 di neanche un anno, la parentela col suo predecessore è ancora abbastanza evidente, ma c’è anche un elemento che fa la sua comparsa e diventa subito protagonista: il funk. Funk che in una certa misura era presente anche nell’album d’esordio, ma che era molto ben mascherato dietro la luce abbagliante delle melodie, e si limitava pertanto a certi interventi della chitarra di David Byrne (ad esempio in Psycho Killer). In More Songs, invece, prende risalto come non mai il basso di Tina Weymouth, che fa progressi notevoli rispetto al primo disco e, mixato alto come si usava ai tempi, risulta essere l’elemento guida dell’album. Intendiamoci, non è che i Talking Heads sono diventati di colpo rivali dei Funkadelic; si tratta pur sempre di canzoni pop, alla fine. Ma non solo. Pop-funk, insomma.
Va detto che all’uscita del disco furono in pochi a notare la presenza del funk tra questi solchi; ma a risentirlo oggi, appare assolutamente evidente. Si è parlato a lungo della famosa cover di Take Me To The River, canzone di Al Green (che però a dire il vero è più un brano soul che funky), anche perché fu la prima vera hit da classifica dei Talking Heads; ancor oggi, gli ascolti in streaming valgono un ordine di grandezza in più rispetto alle altre canzoni. Un pezzo sicuramente degno di nota, ma più per la sua (de)costruzione che non per il groove: beat marziale e opportunamente rallentato, sound stilizzato, è la classica cover stravolta nello stile in voga ai tempi della new wave; sentire in parallelo All Along The Watchtower rifatta dagli XTC, ad esempio, per non parlare delle versioni parossistiche dei Flying Lizards.
La funk wave di More Songs è un’altra cosa. Anche perché, nel 1978, è uno stile che ancora non è stato codificato: i gruppi che si troveranno a giocare in quel campionato (sia i britannici, come Gang Of Four e A Certain Ratio, sia americani, come ESG, Liquid Liquid e Bush Tetras) non esploderanno che (almeno) un paio di anni dopo. Pertanto il sound che adottano i Talking Heads nel loro secondo album è abbastanza privo di riferimenti per essere catalogato correttamente; è una cosa a parte, e siccome l’eco di 77 è ancora presente, quello che si nota in prima battuta sono le melodie sbilenche di Byrne, accompagnate dai suoi testi nevrotici, e non tanto il groove ballabile che le attraversa.
Chi è l’artefice di questo sound? Uno degli aspetti chiave del disco è la presenza di Brian Eno in veste di produttore, al quale spesso sono attribuiti i meriti dell’evoluzione dei Talking Heads verso il sound futurista che vede Remain In Light come punto d’arrivo. Ma se è innegabile che su quel disco Eno fu fondamentale, così come lo fu su Fear of Music l’anno prima, l’impatto su More Songs About Building and Food è a nostro avviso molto più contenuto. Eno, tra le tantissime cose che è stato, non ha mai mostrato di essere un funk master; anzi, è noto che a inizio carriera il genere gli era totalmente alieno, e ne avrebbe scoperto le qualità (la forza dell’iterazione, la potenza del groove) solo in un secondo momento. È probabile che proprio l’incontro con i Talking Heads sia stato un felice punto di svolta per gruppo e produttore: quest’ultimo si rende conto della vena funky sopita della band, la valorizza, la apprezza, ne capisce il potenziale… al punto di farla diventare la caratteristica principale dell’album.
E vediamolo allora, questo funk, scopriamolo negli episodi chiave del disco. Iniziamo dicendo subito che ci sono almeno due eccezioni evidenti in cui il funk non compare proprio: sono il primo e l’ultimo pezzo del vinile originale. Thank You For Sending Me An Angel apre l’album con uno strano beat galoppante nel mood di 77, specialmente nel cantato di Byrne; ma l’atmosfera è campestre, quasi country, e se ascoltiamo la versione demo contenuta nella ristampa tripla del 2025, l’impressione è confermata in pieno [nota: d’ora in poi quando parleremo di versioni demo/alternative faremo riferimento alla suddetta ristampa]. E il country è ancora più evidente nella chiusura di The Big Country, nomen omen potremmo dire, un pezzo scanzonato, forse fin troppo, che a conti fatti appare abbastanza alieno rispetto al resto dell’album.
Il primo vero schiaffo in faccia è invece With Our Love, pezzo di bravura per Weymouth e groove irresistibile. Segue a ruota The Good Thing, in apparenza meno frenetica e più propensa alla melodia con un ritornello molto corale, ma che si chiude con un finale a sorpresa in cui l’interplay tra basso e chitarra è portentoso. Peccato che la batteria di Chris Frantz non sia all’altezza; infatti, se dobbiamo trovare una pecca a questo disco, sta proprio nel drumming scolastico e senza fantasia che lo accompagna. È possibile che alcuni apprezzino il contrasto tra basso e chitarra di matrice black e i pattern ritmici regolari e senza mai una sincope offerti da Frantz; per conto nostro, con un batterista di estrazione funky il valore aggiunto sarebbe stato molto significativo.
A parziale smentita di quanto detto, o meglio eccezione che conferma la regola, Warning Sign presenta un beat un po’ più brillante (addirittura migliore nella versione demo, incredibile) e un arrangiamento più vario: in definitiva, è uno dei pezzi migliori dell’album. E se la successiva The Girls Want To Be With The Girls pare ripiegare sul formato della pop song tipica di 77, Found A Job, un altro picco, riparte con una chitarra degna di Nile Rodgers che lascia presagire molto della futura evoluzione del gruppo. La coda della canzone è una jam funky con il basso a dare la direzione, la chitarra di sostegno e le tastiere di Jerry Harrison a colorare il tutto; formidabile, e se vi capita ascoltate la versione demo, che è ancora più lunga e più black.
Questa idea di sviluppare le canzoni con code insistite in forma di jam è stata un po’ frustrata in sede di produzione, poiché più lunghe e/o articolate sono anche le versioni alternative di I’m Not In Love e Artists Only. Certo c’era da preservare l’impatto pop, e infatti la take definitiva di Artists Only è forse l’esito migliore in tal senso (qui le tastiere sono deliziose), mentre I’m Not In Love se la gioca su un continuo alternarsi di stop & go, che la rende il brano più rock della raccolta. Tutto il contrario invece per Stay Hungry, il cui protrarsi in coda strumentale è un po’ stucchevole e forse non necessario.
Pur potendosi ritenere un disco certamente riuscito, a posteriori possiamo ritenere More Songs About Building and Food abbia ancora qualche imperfezione, che denota come i Talking Heads siano ancora alla ricerca della loro cifra definitiva. La cosa divertente è che, una volta che l’avranno trovata, continueranno a cambiare e a cercare una nuova identità. Pochi sono i gruppi che hanno la capacità (e il coraggio) di farlo.
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