Recensioni

6.5

Sono passati sette anni da American Utopia, ma sembrano molti di più considerato quanto nel frattempo è cambiata l’idea del mondo e di noi stessi come individui e cittadini (inevitabilmente) del mondo. Tra pandemia, neo-intelligenze, complottismi, conflitti globali e intestini, il tutto pestato a ritmo vorticoso nel mortaio della post-verità, è un po’ come se avessimo attraversato una linea di confine tra due epoche, col conseguente impazzimento delle coordinate che ritenevamo stabili. Nel nuovo scenario, più caotico di quanto il concetto di liquidità ci avesse preparato a tollerare, non è semplice trovare una collocazione, una posizione. Soprattutto se è necessario farsi carico di un ruolo che prevede di elaborare idee rispetto al tempo e al mondo in cui si è gettati.

A tal proposito, David Byrne non è soltanto un’icona art-pop: la sua statura è quella di un vero e proprio intellettuale, abituato da sempre a puntare lo sguardo nella fibra del presente, nel tentativo di farne emergere le dinamiche sommerse, spesso ricorrendo a quel passo di lato rispetto alla superficie che consente di cogliere i punti critici in purezza, di risalire alla loro sorgente nevrotica. Ma qualcosa è cambiato: il Byrne di Who Is the Sky? sembra infatti rinculare verso posizioni più quiete, rintanarsi nella pancia di una musicalità arguta e al tempo stesso tiepida, dall’inventiva brillante ma priva di azzardi. Siamo dalle parti dell’intrattenimento curato, dalle radici ben strutturate e profonde, certo, e intellettualmente solido, però non intenzionato ad avventurarsi nell’inconsueto. Fin dal primo ascolto, ti senti accolto in un ambiente ben noto. Ti senti a casa. Ok, ma quale casa? E perché?

Le melodie ariose e accattivanti, le sonorità duttili, dinamiche e terse della Ghost Train Orchestra (a cui si aggiunge l’apporto ritmico di Tom Skinner e Mauro Refosco), la produzione di Kid Harpoon (uno che ha messo il timbro sui lavori di Lykke Li, Florence And The Machine, Miley Cyrus e Harry Styles tra gli altri), lo spettro stilistico che gravita serafico tra pop, funk e latin-folk con qualche escursione in zona post-wave: tutto ciò potrebbe far convergere verso il tipico album di mestiere sfornato da un artista di lungo corso. Sensazione rafforzata dalla natura dei testi, vergati all’insegna di un ottimismo a tratti luminoso, spesso divertiti e al più regolati su un registro bizzarro che non si avvicina alla soglia dell’inquietudine. Insomma, non proprio il massimo. Tuttavia, è forse il caso di aspettare un attimo prima di arrivare a sentenza. Byrne, in quanto Byrne, lo merita un supplemento di indagine, no?  

Tutta questa luminosità, questa grammatica da comfort-zone accogliente, è in effetti e a ben vedere (ascoltare) attraversata da una vibrazione sottile di angoscia. Certo, parliamo del minimo sindacale, una quantità omeopatica se pensiamo che si tratta di canzoni composte da uno che ha in repertorio pezzi come – due a caso – Cities e The Great Curve. Eppure, è sufficiente per lasciare intravedere in filigrana una ratio non così limpida. Quella nevrosi sistemica del meccanismo sociale che Byrne ha dimostrato di saper stanare con tanta efficacia fin dai tumultuosi Seventies, oggi non va ricercata in profondità ma appare scoperta, esposta, riveste la superficie stessa delle strategie mediatiche, politiche, economiche, culturali, affettive. In questo quadro (che è, ribadiamolo, quello in cui siamo immersi), scegliere una calligrafia tanto vivace e acuta quanto matura, rassicurante col suo approccio equilibrato nel gestire l’inventiva, è di per sé un messaggio peculiare e non di poco conto. Indica un ben definito orientamento percettivo e comunicativo, una modalità relazionale che la grammatica turbo-sensazionalista sempre più egemonica sta cannibalizzando. C’è insomma, in questo Byrne, una sorta di garbo armato, di giocosità sediziosa.     

Fin dall’iniziale Everybody Laughs (ai cori St Vincent), l’esortazione ecumenica etno-funky-soul alla positività lascia intravedere un ventricolo annerito (“Ev’rybody’s goin’ through the garbage/Lookin’ for inspiration”), così come – anzì in maniera più evidente – nello zompettare tropicale di The Truth (“We’re poor little things/Pathetic young dears/As fragile as toast/And driven by fear”). Avverti un’insidia difficilmente circoscrivibile aleggiare anche nello slalomeggiare tra pop psichedelico e cameristico di I’m An Outsider (“Now I’m outside your mind/And I’m trying to get in”), nell’acidula – vagamente beatlesiana – When We Are Singing (“We’ve got One foot in the pearly gates/And One foot in the flames/Ev’rything is true”) e in quella Moisturizing Thing che spinge sul pedale dell’assurdo (“My honey wakes up, she looks over and screams/That lotion is magic, I look like I’m three”) vestendosi come una bizzarria barocca anni Sessanta.

Altri indizi: il lascito del lockdown nella sbrigliata My Apartment Is My Friend (“Secure and safe within your halls/Free from fear and free from harm”) e la meditazione cripto-politica (non a caso in salsa mariachi) di What Is The Reason For It? con ospite alla voce Hayley Williams (“Love will take you out of here – to find someone”), mentre in The Avant Garde, She Explains Things to Me e I Met The Buddha At A Downtown Party il Nostro si diverte a spettinare la sicumera di certe posizioni (contro)culturali con l’allampanata baldanza che ben conosciamo.

Ribadisco che si fatica a trovare un pezzo in grado di rompere e oltrepassare la soglia della gradevolezza, ma in totale fanno pur sempre trentasette minuti fluidi, a pronta presa e nondimeno in grado di reggere all’usura degli ascolti. Basta tutto ciò a farne un buon disco? Sinceramente, non ne sono convinto: nella migliore delle ipotesi (che ho qui esposto), mi pare un tentativo di “ribellione gentile” che inciampa sul proprio stesso basso profilo, fallendo il bersaglio o comunque colpendolo con freccette che non ne intaccano la scorza. Nella peggiore delle ipotesi, è il tipico album dignitoso di chi ha imboccato il sacrosanto viale del tramonto, pure se – indubitabilmente – con una certa classe.     

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