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Non era affatto facile tornare nel mondo di Slam Dunk, dopo quel manga rimasto impresso nell’immaginario collettivo (nipponico prima, internazionale poi), l’anime anni ’90 in parte disconosciuto dall’autore e quattro film usciti tra il 1994 e il 1995 che hanno contribuito alla creazione del corposo mito cui Takehiko Inoue decide di rimettere mano grazie alle nuove tecnologie d’animazione in computer grafica e al peculiarissimo cel-shading in grado di esaltare la tridimensionalità del movimento e dell’azione.

I pericoli dietro un tale ritorno erano molti: consegnare un’opera meritevole agli amanti inossidabili del manga, non dimenticare l’enorme platea di pubblico cresciuta con la serie anime e, in ultima istanza ma non meno importante, proporre a un nuovo gruppo di neofiti la magia di questi personaggi, con i loro drammi dentro e, soprattutto fuori dal campo, permettendo loro di addentrarsi in un mondo che ha già le sue regole prestabilite.

Rischiando anche di dare un po’ troppe situazioni per scontate, d’altronde parliamo pur sempre di un quinto film, Inoue sceglie probabilmente l’unica strada possibile per raggiungere la maggior parte degli obiettivi prefissati, ovvero contrarsi nuovamente su un’unico match e tirare le fila del discorso originale sui suoi indimenticabili personaggi. Frutto di un lavoro durato oltre 13 anni di produzione, The First Slam Dunk si addentra nella partita decisiva tra le due squadre liceali Shōhoku e San’nō e sfrutta con una serie di precisi e intensi flashback i turbamenti emotivi e i drammi della vita di Ryōta Miyagi, la cui parabola umana è da sempre intrecciata con quella sportiva. Dopo aver perso il fratello maggiore, promessa del basket, in un incidente in mare, che gli aveva trasmesso l’amore per il basket, decide di ripercorrere le sue orme e la sfida finale con San’nō è il banco di prova generale per un talento che aspetta solo di sbocciare ed essere lanciato sull’Olimpo dei più grandi.

Non è solamente quel continuo alternare passato e presente a rendere The First Slam Dunk un’opera emotivamente coinvolgente e commovente, ma soprattutto la capacità di intrecciare sapientemente temi come il senso di colpa, il lutto, la continua messa in discussione del talento, con la capacità di far parlare prima di tutto le azioni in campo che da sole esprimono la concezione stessa di far squadra, dove bilanciare una serie di individui eterogenei e il loro bagaglio emotivo e spirituale. Il tutto senza ovviamente dimenticare quella componente mistica necessaria a giustificare scelte narrative altrimenti poco credibili e abbastanza prevedibili.

Poi, subentra inevitabilmente quella componente nostalgica che chiunque abbia preso in mano un pallone e tirato a canestro non potrà ignorare; le angherie e il supporto reciproco insieme, gli atti di individualismo sfrenato e l’altruismo di certi schemi d’attacco, il rumore stesso della suola delle scarpe sul campo appena tirato a lucido, elemento quest’ultimo mai ignorato da una colonna sonora efficace e precisa che implode in maniera significativa nell’iperbolico finale. Lungi dall’essere un film perfetto, The First Slam Dunk gode persino delle sue piccole ingenuità, degli ammiccamenti, di dinamiche non propriamente originali, per restituire intatta l’emozione di una storia non così semplice come vorrebbe far credere.

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