Recensioni

Accompagnata da un trillo di pianoforte, iconica punteggiatura delle colonne sonore di Joe Hisaishi, La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi, lett. “la sparizione di Sen e Chihiro causata dai Kami”) si apre su un mazzo di fiori rosa sopra il quale è appoggiato un piccolo biglietto d’addio: «Stammi bene, Chihiro, e a presto!». Qualche secondo dopo la composizione scorre verso il basso e rivela le gambe scarne della protagonista, facendoci capire che la prima inquadratura del film è in realtà una soggettiva; circondata da sacchetti, zaini, valige e scatoloni, la piccola Chihiro Ogino sta stringendo al petto il mazzo, è sdraiata sul sedile posteriore di una macchina e ha lo sguardo triste e pensieroso rivolto verso il tettuccio. Nella zona anteriore ci sono il robusto padre Akio, che sta guidando, e l’esile madre Yuko, entrambi intenti ad ispezionare il paesino collinare circostante. «Chihiro guarda, quella è la nuova scuola», le dice entusiasta il padre, ma la bambina non potrebbe essere meno interessata; «era meglio quella di prima», risponde dopo aver fatto una linguaccia fuori dal finestrino.
Il capolavoro di Hayao Miyazaki parte con un’enorme ellissi dentro la quale si nasconde uno degli elementi narrativi più importanti della favola di Chihiro (e Sen), ed è in questa precisa scelta registica che sta la grandezza del Maestro giapponese; non è comune saper “nascondere” le cose importanti, soprattutto quando poi devono riemergere nel corso del film, così come non lo è saper raccontare un’universo di sensazioni ed emozioni in una manciata di minuti. In poche inquadrature, infatti, lo spettatore non solo intuisce che cosa sia successo prima, arrivando a immaginarsi il traumatico momento del distacco dagli amici d’infanzia, ma è portato a immedesimarsi nella protagonista grazie a due soggettive: la prima, quella che inquadra il bigliettino d’addio, e la seconda, quella che mostra dal basso le schiene dei due genitori. Indipendentemente dall’età (uno dei grandi pregi di Miyazaki), chi sta guardando è invitato a sedersi accanto a Chihiro per guardare il mondo dal suo punto di vista e, parallelamente, a far parte del suo viaggio di formazione, sebbene sia già iniziato. Così, il fatto che la prima sequenza sia ambientata dentro un’automobile in corsa assume maggiore importanza, dato che è nel “moto continuo” della prima adolescenza che si risolve la crescita di Chihiro.
Da quando la famiglia Ogino entra nella tana del coniglio, difficilmente si vede la bambina ferma, a meno che non sia per cause di forza maggiore, come una stanchezza lancinante o una non voluta invisibilità. Dopo che l’automobile è costretta a interrompere la corsa davanti a un tunnel, posto alla fine di una strada sterrata in mezzo ad un bosco, il trio si addentra a piedi in quello che si rivelerà essere l’accesso al mondo dei Kami (gli Spiriti della tradizione scintoista), celato dietro le sembianze di un vecchio e abbandonato parco a tema. Interessante è che, per tutta la prima parte del film, questo muoversi nei meandri della città incantata non fa altro che allontanare Chihiro dalle sue cose più preziose, in aggiunta a quelle che aveva già perso con il trasloco: i genitori, che subiscono la “maledizione del maiale” per aver mangiato il cibo dei Kami senza permesso (una maledizione più crudele di quella vista in Porco Rosso); la fanciullezza, dal momento che per passare inosservata è costretta a lavorare all’interno delle terme per Kami; l’identità, toltale dall’avida e perfida strega Yubaba – la proprietaria dello stabile – per avere il controllo sulla sua persona (da Chihiro passa a Sen, con un gioco grafico legato agli ideogrammi giapponesi).
La genialità di Miyazaki sta proprio nella crudeltà con cui priva Chihiro dell’innocenza e la trasforma in un instancabile ingranaggio di una macchina che dovrebbe funzionare come un orologio (come gli aerei a cui il regista è tanto affezionato). Solo prendendo coscienza del proprio ruolo nel flusso imperituro della vita, si può crescere, affermare l’io, imparare ad adattarsi alle situazioni, aspirare al meglio e mettere nella giusta prospettiva i sentimenti; questa è una delle più grandi lezioni da estrapolare dalla poetica di Miyazaki (fino a Si alza il vento, in questo senso il più esplicito). Il complesso edificio termale, il cui aspetto fa riferimento al periodo di ricostruzione del paese nel secondo dopoguerra (tradizione in legno e modernità in ferro, idea che riprenderà nel successivo Il castello errante di Howl), diventa una complessa allegoria dell’esistenza stessa e di tutto ciò che un essere umano può trovare nel mondo quando giunge il momento di diventare padroni di sé stessi. Ma un viaggio dell’eroe, soprattutto se con i tratti della favola, non è tale senza sfide da superare e lezioni da integrare; la più iconica è senz’altro quella con al centro lo Spirito del Cattivo Odore, che si rivela essere uno Spirito del Fiume bisognoso di ripulirsi dell’inquinamento (l’usuale attitudine ambientalista del Maestro).
Grazie a una struttura episodica, che mescola archetipi della mitologia giapponese con altri di stampo internazionale, La città incantata si fa perfetta cornice della smisurata e straordinaria immaginazione di Miyazaki, mai più così ispirato nel disegno, commovente nei risultati e sintetico nelle sue pedagogiche tematiche. Basti vedere al gigantesco catalogo dei Kami, tra i personaggi più bizzarri e iconici dello Studio Ghibli: gli Spiriti della Polvere (già presenti in Il mio vicino Totoro), l’addetto alle caldaie Kamagi (un ragniforme Yōkai, lett. “spettro”), la ruvida ma determinata Lin (altro personaggio femminile forte e autonomo), l’inquietante Senza-Volto (Spirito col volto di una maschera del teatro Nō), il gigantesco infante Bō, gli Shikigami di carta (lett. “Spiriti servitori”) e la strega buona Zeniba. Ma il posto d’onore è riservato ad Haku, il giovane ragazzo che ha subito la stessa sorte di Chihiro e che non ricorda più quale sia il suo vero nome.
Come Alice prima (Alice nel paese delle meraviglie) e Dorothy dopo (Il mago di Oz), andando in lungo e in largo per le stanze del palazzo e della città incantata, Sen deve trovare un modo per ritornare a essere Chihiro, salvare i genitori e ritrovare la via di casa. Ma se è vero che «nessun posto è come casa», lo è altrettanto considerarla non un semplice luogo fisico ma un luogo dell’anima, da custodire con sé ovunque il destino ci porti. E qui ci si ricollega a quella soggettiva iniziale, che in un certo senso si ripete alla fine del film quando la vettura si allontana per ripercorrere al contrario la strada sterrata: l’insegnamento che Chihiro ha imparato nella sua prima grande avventura si insinua automaticamente nel bagaglio emotivo dello spettatore, fin dall’inizio posto nella condizione di vivere in prima persona tutto quello che vedrà sullo schermo. Non a caso, Hayao Miyazaki è uno dei più grandi narratori della storia contemporanea.
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