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Dal Castello di Cagliostro al Castello di Howl, la sapienza scenografica di Miyazaki ha pochi eguali. Gran parte del piacere nella visione di un suo film deriva dallo studio degli ambienti: vedere i personaggi muoversi attraverso un vasto spettro di soluzioni che spaziano dal fitto boschivo di Nausicaä e Mononoke, al gotico claustrofobico delle torri di Indastria e Cagliostro, fino a respirare a pieni polmoni la natura aperta, solare e incontaminata delle distese di Highharbor e Totoro.

Il castello errante di Howl tradisce all’istante la mano del suo autore. Il tratto, ormai sottilissimo e raffinato, sembra aver raggiunto un apice evolutivo difficilmente superabile. I fondali sono di rara bellezza, probabilmente secondi solo a quelli de La città incantata e Mononoke (anche se la texture visionaria della Giungla Tossica di Nausicaä rimane imbattibile). La città del film, con il suo fascino da romanzo ottocentesco, ricorda quella di Kiki, sebbene arricchita da un’atmosfera fin de siècle che alla prima mancava.

Consolidato il suo stile grafico e il design, Il castello errante di Howl rappresenta per Miyazaki un’occasione di sperimentazione. La storia, tratta dal romanzo di Diana Wynne Jones, offre all’autore la possibilità di muoversi dentro un universo di riferimenti coerenti con la sua poetica: la guerra, l’ideale femminile, la crescita interiore, la metamorfosi come metafora, il contrasto tra spazi aperti e chiusi, l’amicizia e la morale come motore delle relazioni umane, lo scontro tra ideologie. Tuttavia, a differenza della consueta linearità narrativa, il film segue una sovrapposizione di piani sempre più complessa: un labirinto di accadimenti che, da poco oltre la metà, perde il filo per ritrovarlo in fretta e furia appena prima del finale. Un passo falso nella sceneggiatura, raro per Miyazaki.

Anche nella caratterizzazione dei protagonisti, l’autore giapponese osa vie inedite. L’esempio più evidente è Howl: bello e dannato, dai tratti spigolosi, un’eccezione al consueto privilegiare forme morbide e rotonde. Probabile richiamo ironico al bishonen dello shojo manga, Howl incarna il bello e imbronciato tipico delle tematiche romantiche, ma con una nota di superficialità esistenziale. Sophie, la protagonista femminile, riceve un trattamento altrettanto sorprendente: grigia e algida da giovane, appare come una ragazza scialba, priva di interesse e curiosità (persino la visione del castello errante dalla finestra la annoia). Paradossalmente, la sua maturazione in eroina passionale e fervente avverrà solo dopo la metamorfosi in anziana.

Il castello errante di Howl è un film minore e di transizione, che soffre di alcune soluzioni incomplete e di una sceneggiatura farraginosa. Eppure, anche un’opera minore di Miyazaki racchiude più ricchezza di quanta se ne trovi in tutta la produzione hollywoodiana contemporanea. Un premio come miglior attore non protagonista al fuocherello-demone Calcifer, per cortesia!”

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