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Sempre più suoni deviati provenienti da quel crogiolo di sperimentatori iconoclasti che è Roma Est. In questo caso, due nomi già noti su queste pagine virtuali. Da una parte Nolbom segna il ritorno del folle Demented Burrocacao, agitatore a più livelli delle notti infami in quel del quadrante orientale e imbastardito della città eterna, con la sua sigla più estrema System Hardware Abnormal. Incontrato in passato con S.Tart, la conclusione della cosiddetta trilogia robotica, Demented (a.k.a. dietro il quale si cela il polistrumentista romano Stefano Di Trapani) accantona la fissa da clash retro-futurista della trilogia in cui si “ricreava” un mondo dal punto di vista del “dominato”, la macchina, piuttosto che del “dominatore”, l’uomo, ma riprende la sua strumentazione povera per architettare un’altra specie di concept sulla utilità o sulla finalità della musica. Così, per lo meno sembra di intuire dalle note accompagnatrici dell’album (“la musica è destinata a divenire un oggetto inutile? È solo packaging? È solo pubblicità? È consumo senza consumare? Sì. Ligeti l’aveva intuito tanti anni fa: ‘La società non ha bisogno di noi’. Sulle orme di Augusto Tretti , usate questo disco come soprammobile”). Note che aprono squarci interpretativi e suggestioni che la mezzora scarsa di musica mette poi in atto, a base di free-noise digitale tutto storture, concrezioni e disfunzionalità che sembrano uno scarto di produzione industrial-musicale degli ultimi “n” anni. Disturbante e ipnotico.

Risponde sempre in zona follia, ma completamente sfasato ed etimologicamente eccentrico rispetto al buco nero di cui sopra, il duo Cascao & Lady Maru, già adocchiato da queste parti con l’album Gong! Con Spleenism i due – passato e presente notevole con Trouble Vs Glue e Dada Swing, lei, Nastro e Lasertag, lui – riprendono le fila di un discorso sonoro iniziato col precedente album: una cangiante discesa verso panorami sonori a tutto tondo in cui confluisce pop elettronico e sperimentale, ibrido e imbastardito, trapanato trasversalmente da una idea dancey e tribale del funkettone anni ’80 così come da una concezione multiforme dell’elettronica più o meno a cassa dritta e da un approccio free che sembra rimandare alla wave meno ortodossa. Per condensare il tutto in un nome basterebbe citare i Talking Heads, se fossero cresciuti in qualche angolo di Detroit pre-collasso o in un sobborgo londinese tutto melting-pot e imbastardimento sonoro d’inizio ’90, ma ciò non renderebbe onore alla weirdness e insieme ad una forma particolarmente smostrata di coolness che coinvolge tutto il progetto. Ecco così che è più una idea, un concetto di musica iridescente e policroma, mutata e mutante che procede quasi per frattali sonori plasmabili e volatili a segnare questo Spleenism, lavoro che starebbe benissimo nel catalogo Not Not Fun dell’ultimo periodo, per intendersi. Afro-techno-weird-electro for the 2.0 youth? Per noi è sì, parafrasando la Maionchi.

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