Recensioni

È una specie di magia quando un disco tende a negare la propria natura durante l’ascolto, per svelarsi soltanto alla fine, come una rivelazione, nella piena contemplazione del silenzio che segue l’esperienza appena vissuta. Ma se molto spesso sono complessità, ermetismo e sperimentazione ossessiva a produrre un simile effetto – non senza incappare in ostracismi comunicativi – nel caso dei Sycamore Age ci troviamo al cospetto di una ricercatezza limpida e pienamente godibile.
Il progetto nasce dall’incontro tra Stefano Santoni (Kiddycar) e Francesco Chimenti – giovane musicista di formazione classica nonché figlio del più noto Andrea -, per allargarsi in una formazione a sette composta da polistrumentisti in grado di districarsi tra le variegate trame cromatiche proprie di questo esordio.
La matrice progressive (intesa come narrazione, sviluppo e sovrapposizione di elementi multiformi, dentro e fuori la forma canzone) rimanda a esperienze prog-rock da una parte, ed etno-folk dall’altra, ma con una ricerca colta e antropologica che escludendo ogni componente heavy si arricchisce di tratteggi cameristici ed esotismi. Struggenti arpeggi di piano o delicati ricami di chitarra acustica accolgono archi, fiati, percussioni, rumorismi ed eleganti inserti elettronici (vedi le ambientazioni sorprendentemente sci-fi di How to Hunt A Giant Butterfly), descrivendo paesaggi ora umbratili e misteriosi, ora carichi di patohs e solennità. Emblematico in questo senso il dittico composto da My Bifid Sirens e Romance, dove il sofisticato arrangiamento dei fiati della prima e il crescendo pop-cameristico della seconda rendono bene l’ampiezza di respiro e di orizzonti che il progetto intende mettere in campo.
C’è sicuramente la magia ancestrale del miglior prog anni ’70 (anche italiano) nel modo di concepire la melodia, di gestire gli spazi, nelle fascinazione per i temi onirco-fantastici e simbolici, così come nei radicali cambi di atmosfera tra i vari capitoli dell’opera e all’interno degli stessi brani (Binding Moon). Ma è un recupero scevro da revisionismi, una lezione perfettamente assimilata, superata, e anzi proiettata un passo avanti verso i territori fertili della contaminazione. E non è probabilmente un caso se in scaletta troviamo un brano, Dark And Pretty, idealmente diviso in due parti, ma con la seconda che precede la prima di cinque tracce. Un modo ironico, forse, per dichiarare allo stesso tempo il proprio debito e la propria indipendenza verso certi stilemi.
Ma a cosa somiglia, in definitiva, tutto questo? A una reminiscenza, probabilmente, abitata da risonanze antiche e contemporanee.
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