Recensioni

6.5

Se è vera l’asserzione che non si esce vivi dagli anni Ottanta, non si può certo negare che l’epoca di My Space e MSN, alle volte, torni sistematicamente nell’estetica artistica dell’indie. Indie – che alle volte è dire poco e non dire nulla – nel caso della coppia (sposati nella vita e nell’arte) londinese dei Summer Camp, è quanto mai la definizione più azzeccata. Reduci dalla realizzazione della colonna sonora di Beyond Clueless, un documentario – neanche a farlo apposta – sui teen movie americani, i due hanno svelato, senza neanche troppi sforzi, le carte in tavola, confermandosi band synth-pop-indie-wave dall’attitudine spensierata e heart-breaking.

Nel caso di Bad Love, ad ogni modo – terzo disco in quasi quindici anni – i Summer Camp sono riusciti ad apportare altri sensibili, ma significativi cambiamenti a livello di produzione. Se l’esordio Welcome To Condale, infatti, con la produzione di Ash Workman (Metronomy) era un biglietto di sola andata verso i Breakfast Club di Hughes, le melodie catchy anni 80 e l’easy concept magari un po’ frivolo, ma efficace, l’omonimo del 2013 era stato affidato al sapiente mixer di Stephen Street, storico produttore di Smiths e Blur, che aveva smorzato gli entusiasmi adolescenziali, consegnando un disco più “serio” e suonato, rispetto al precedente.

Forse,per comprendere il desiderio del duo di voler camminare, per la prima volta con le proprie gambe, bisogna proprio partire da queste esperienze con personalità particolarmente ingombranti in fase di produzione. Bad Love, infatti, è la prima opera autoprodotta della band, che si pone come punto di incontro fra un’anima profondamente synth pop e una più new wave, fra un’attitudine scanzonata, quasi clumsy e una pregna di contenuto.

La narrazione, neanche a dirlo, si snoda dal culmine di una relazione attraverso il desiderio di sopravvivere a una rottura, fino al bisogno, paranoide e crudelmente reale, di “fare un salto” sulla bacheca di Facebook dell’altro… insomma, attraverso topoi tipici dell’estetica adolescenziale. Il che non è di per sé un male. Non lo è se gli arrangiamenti sostengono il contenuto. La title track, ad esempio, è un fuzz rock con basso synth in levare, che suonerebbe bene nelle pagine delle inchieste di Vice (che è poi particolarmente legato alla band); Sleepwalking ha i synth tirati in stile Daft Punk e l’approccio vagamente Hot Chip. Ad ogni modo, le sorprese non mancano: a partire dall’approccio lirico e dall’impostazione dei testi nel cantato che sembra chiamare in causa più volte la penna di Stuart Murdoch dei Belle & Sebastian (ascoltare God Help The Girl per credere): è evidente in Horizon, Run Away e Angela, ad esempio. O ancora: brani come You’re Gone, Beautiful e Keep Up sono per certi versi segno di una maturità più marcata (non più quella veicolata dall’influenza dei produttori esterni): brani in cui il gusto elettronico anni duemila e la melodia sporca e noise della generazione precedente (in particolare Sonic Youth) è più evidente. E infine: Drive Past My Home e Everlasting sono esempi di come i due sappiano sfruttare anche i parametri Eighties meno scanzonati, ma più spleen (Cure), in cui il portamento del basso rimane essenziale per lo svolgersi del brano.

Per tirare le somme, non rimane che prendere il buono dell’esperienza autonoma della band, che ha saputo non rimanere incastrata nell’over-produzione quasi disco dance del lavoro precedente e recuperare un briciolo di urgenza e immediatezza degli esordi. Non abbastanza per far rimanere Bad Love nella nostra memoria a lungo, ma, semmai, per farci trascorrere 40 piacevoli minuti di ascolto.

 

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