Recensioni

6.2

La prima cosa che si nota e che non ci si aspetta da questo Summer Camp – omonimo sophomore del duo britannico – è che come brano d’apertura ne abbiano inserito uno chiamato The End. Al di là del contenuto della traccia si può interpretare la scelta come indicatore della direzione intrapresa in quest’opera: è finito il tempo di Condale, cittadina fittizia in cui è ambientato l’esordio. La coppia – nell’arte come nella vita, date le rivelazioni sul loro essere marito e moglie successive al loro successo – ha deciso di mettersi in gioco proponendo un disco personale, che tratta di loro stessi e di chi gli sta intorno, senza quell’approccio cinematografico che faceva di Welcome To Condale un caso isolato nel panorama musicale.

Prendendo a prestito l’assunto newtoniano all’azione descritta ne è corrisposta una uguale e contraria, che si è riflessa sull’aspetto prettamente musicale sulla composizione dei brani; l’affidarsi a Stephen Street, coartefice dei successi di Blur e The Smiths, ha rappresentato in questo senso una limitazione della propria espressività delegando parte del processo a chi ha più esperienza. Ed ecco che scompare molto della produzione “da cameretta” delle parti di batteria – sostituita da loop campionati da strumentazione reale, anche grazie all’ausilio del turnista William Bowerman per alcuni brani – e con l’architettura lo-fi d’esordio rimossa in virtù di una (chiamiamola) purificazione del sound tesa a rimuovere totalmente ciò che di secco e sporco c’era prima, con basso e synth tirati a lucido. Il pop si fa patinato, talvolta addirittura con maestosità orchestrali alla Lana Del Rey (Fresh) o raffinatezze eighties tanto care a Wild Nothing (Pink Summer). Spiace notare però la scomparsa dei bei duetti botta-e-risposta tra Elizabeth Sankey e Jeremy Wasley, sostituiti dal predominare della voce femminile col contraltare limitato ai soli e sporadici cori.

La somma algebrica delle componenti pone Summer Camp su un piano di paragone necessariamente differente meno di nicchia e più a confronto del pop di massa, che potrà godere di un prodotto confezionato per essere di facile ascolto. Il prezzo che si paga è però molto alto: vengono a mancare quelle atmosfere di serena malinconia, frutto di ritornelli-filastrocca da canzoniere per bambini, che li contraddistinguevano; salvo sporadici casi degni di menzione (la già citata Fresh, Keep Falling, Two Chords) il resto del lavoro ci pare un passo indietro rispetto a quanto ci hanno dimostrato nel passato.

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