Recensioni

All’Ancienne Belgique di Bruxelles il tempo sembra tornare indietro di trent’anni. Non si tratta soltanto di nostalgia, ma di un’estetica e di un’attitudine ricreate con grande consapevolezza: lo show dei Suede è costruito come una sorta di portale diretto verso gli anni ’90, un’epoca in cui il Britpop era più di un genere musicale, era un modo di stare al mondo. Le grafiche sullo sfondo, con pattern e interferenze che richiamano le distorsioni delle vecchie televisioni a tubo catodico, contribuiscono a creare un’atmosfera quasi analogica, imperfetta e vibrante. Ma la vera scintilla del concerto rimane, ancora una volta lui, Brett Anderson.
Il frontman appare in forma smagliante, magnetico e instancabile. A 58 anni si muove sul palco con la stessa febbre adolescenziale che lo ha reso un’icona negli anni d’oro della scena britannica. Non è una semplice performance: è un dialogo continuo con il pubblico, un gioco di sguardi, gesti e parole che trasforma la sala brussellese in un unico organismo pulsante.
La band parte subito in quarta con Disintegrate e Antidepressants, due brani tratti dall’ultimo album – registrato in parte proprio a Bruxelles – che dimostrano come il gruppo continui a guardare avanti senza rinnegare la propria identità sonora. Le chitarre sono taglienti, la sezione ritmica compatta, mentre Anderson si muove febbrile tra i monitor, già completamente immerso nel rapporto con la folla, come in osmosi con essa.
Eppure, se il presente è vivo, il passato rimane inevitabilmente centrale. Nonostante la ben nota ritrosia di Anderson nel crogiolarsi nei ricordi, la scaletta è costellata di classici che hanno contribuito a definire l’epoca d’oro del Britpop. Trash e The Drowners mandano immediatamente in estasi il pubblico, mentre brani come Animal Nitrate, Filmstar e Can’t Get Enough mantengono la tensione altissima. È un viaggio attraverso la storia della band, ma senza mai scivolare in una nostalgia compiaciuta. Il contrasto con altri protagonisti di quella stagione è inevitabile: se alcuni gruppi hanno costruito il proprio ritorno proprio sull’idea di revival (qualcuno ha detto Oasis?), i Suede sembrano voler dimostrare che il passato può convivere con il presente senza diventare una reliquia. I vecchi brani arrivano, infatti, come parte di un discorso univoco in grado di costruire una narrazione viva nel presente, non come semplice celebrazione.
Il pubblico, da parte sua, risponde con entusiasmo travolgente. Anderson si ferma spesso a parlare con la platea, quasi sorpreso dalla quantità di energia che rimbalza verso il palco. Ogni coro collettivo, ogni applauso spontaneo sembra alimentare ulteriormente la sua presenza scenica. Il frontman si entusiasma, ride, ringrazia, e ogni volta riparte con ancora più intensità.
Uno dei momenti emotivamente più forti arriva con Still Life, proposta in una versione essenziale: solo voce e pianoforte. La sala si immobilizza. Anderson canta con una delicatezza quasi dolorosa mentre il pubblico ascolta in un silenzio religioso. È uno di quei rari momenti in cui un concerto rock si trasforma in qualcosa di profondamente umano. Quando l’ultima nota si spegne, la platea esplode in un’ovazione lunga e calorosa.
La seconda parte dello show riporta gradualmente in alto la temperatura, culminando con gli evergreen So Young e Beautiful Ones, cantati praticamente da tutta la sala. Qui l’atmosfera anni ’90 raggiunge il suo apice. “Oh, in many, many ways, I’m still a young boy”, canta Anderson in She Still Leads Me On (brano del 2022) e per tutta la serata sembra davvero esserlo. Un ragazzino che si emoziona a ogni coro del pubblico, a ogni sing-along, a ogni applauso sincero.
Il bis arriva con Dancing with the Europeans, scelta tutt’altro che casuale. Nel clima politico e culturale attuale, il brano suona come un gesto di empatia e vicinanza, quasi un abbraccio collettivo, con Anderson che lo interpreta con intensità, trasformando la chiusura del concerto in qualcosa che va oltre la musica. Segnato dal tempo ma mai domato, l’animale da palcoscenico è ancora lì, consapevole del mondo che cambia, ma profondamente fiducioso nel potere unificante delle canzoni.
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