Recensioni

7.4

Poche band inglesi degli anni ’90 possono vantare una carriera come quella dei Suede, anche solo considerando quanto realizzato in quel decennio; ancor meno sono quelle arrivate ad oggi con qualcosa di nuovo da dire, e il numero si restringe ulteriormente se quel qualcosa viene espresso in un modo non ancora sperimentato prima. Non contenti di essersi riformati a tempo pieno nel 2013 con Bloodsports, all’alba del loro quarto decennio come band Brett Anderson e soci hanno trovato il modo di rifondarsi ancora una volta con Autofiction (2022), un disco che, pur nella inevitabile continuità, ha segnato indubbiamente uno scarto in termini di sonorità, temi e attitudine, raccogliendo consensi pressoché unanimi.

In un contesto come quello di questi anni, in cui tutto quello che è Nineties è tornato prepotentemente in auge (chiedere a BlurPulp e Oasis;  i fantastici Quattro del Britpop sono ancora tra noi), parlare di seconda -terza? – giovinezza sembrerebbe persino troppo facile e gratuito; piuttosto meglio pensare a questa in corso come a un’ulteriore fase di rifondazione, di ritrovata coesione ed ispirazione che, se ci si ferma a pensare che si tratta della stessa band dell’omonimo Suede, Dog Man Star e Coming Up, non si può non restare impressionati.

Ciò premesso, questo nuovo Antidepressants prosegue sulla fortunata scia del predecessore espandendone temi ed atmosfere, una sorta di secondo capitolo più adrenalinico e, se possibile, oscuro. Confermato l’inossidabile Ed Buller alla produzione, l’asse sonoro si sposta in modo deciso sul versante del classico post-punk britannico di fine anni ’70, innervando le riflessioni romantiche ed esistenzialiste di Anderson di urgenze e fremiti che, oggi come allora, vogliono riflettere le tensioni di una contemporaneità fatta di incomunicabilità, disconnessione e alienazione, in cerca di un antidoto, un rimedio, una cura.

Per cogliere lo spirito dei tempi, i Suede si rivolgono dunque in maniera diretta e mai tanto evidente a Joy Division, Magazine, Siouxsie and the Banshees, Gary Numan, U2 (quelli dei primi due album), Cure e New Order, sfoggiando un suono prevalentemente chitarristico che sa essere all’occorrenza tagliente ed angolare, altrove esplosivo e punky, con un gran lavoro di riff, incastri, fraseggi e ricami.

Un vestito scelto con cura e tagliato su misura di una band al massimo delle sue forze, che al contempo non ha dimenticato la propria identità: se la maggior parte delle canzoni ha un evidente tiro live, tradito dalla formula anthemica ed esplosiva dei ritornelli (Dancing With The Europeans, Broken Music For Broken People, Disintegrate), Sweet Kid e Criminal Ways onorano le radici indie di Smiths e Stone Roses, mentre June Rain e la bowiana Somewhere Between An Atom And A Star recuperano la teatralità della ballad tipicamente suediana, laddove in Trance State e nella conclusiva Life Is Endless, Life Is A Moment aleggia pesantemente – ed è un bene – lo spettro di Disintegration.

E ci sembra proprio Robert Smith la chiave di volta per interpretare il Brett Anderson di oggi, eterno adolescente inquieto ed esistenzialista che trova rifugio nella musica che lo ha accompagnato negli anni della formazione – il glam rock, il post punk – per affrontare gli anni della maturità, distinguendosi da chi, come gli ultimi Jarvis Cocker o Damon Albarn, ha adattato linguaggio, stile e temi alla propria età anagrafica. Ma non è giovanilismo fine a se stesso; è solo un modo diverso di invecchiare, e di esserci ancora, rimanendo rilevanti. Se i risultati sono dischi di questo calibro, vivi e pulsanti come poche altre volte in carriera, ottimo così.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette