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7.2

“L’autofiction è un genere letterario, metà memoir e metà fiction. In un certo senso tutta l’arte è autofiction. Non esistono opere che sono al 100% verità e non esistono opere al 100% di fantasia: l’arte si colloca sempre da qualche parte in uno spettro che va dalla verità alla fantasia”. Queste parole le ha pronunciate Brett Anderson nel corso di una delle interviste rilasciate in occasione dell’uscita dell’album numero 9 del gruppo di cui è l’insostituibile frontman.

Dal primo singolo The Drowners sono trascorsi trent’anni di musica, glamour, amore, droga, rock, drama, abbandoni, cadute e resurrezioni: per quanto i Suede non amino affatto essere definiti una band brit-pop (calderone in cui finirono in tanti, dai Pulp che nacquero artisticamente negli anni 80 ai Manic Street Preachers, specie all’uscita di Everything Must Go), sono stati protagonisti indiscussi di un movimento che ha recuperato un certo modo di costruire melodie, di arrangiarle e di porsi sul palcoscenico. E un divismo che ha avuto molte facce, da quelle dei fratelli Gallagher a quella sensuale, decadente, introspettiva, provocatoria e anti-machista di Anderson: se i Blur facevano tesoro delle lezioni dei Beatles e dei Kinks, loro hanno creato una miscela irresistibile di riff da manuale e testi capaci di rievocare il Bowie più androgino dei primi Settanta e di far battere nuovamente il cuore agli orfani della ditta Morrissey/Marr.

Ciò che non tutti avrebbero previsto, in questi tre decenni, è la straordinaria capacità della band inglese non solo di restare a galla (di colleghi che si sono rimessi in moto dopo lunghe pause e temporanei scioglimenti ne abbiamo visti e ascoltati tanti, dai Garbage agli Skunk Anansie fino ai Cranberries prima della dolorosa dipartita di Dolores O’Riordan) ma di esprimersi al pieno delle proprie forze e potenzialità. Cambiando le carte in tavola quando il gioco stava diventando prevedibile, tornando al tormento primordiale o a melodie epiche piacevolmente affogate nella sontuosa malinconia degli archi.

Permettendosi nel frattempo il lusso di fare ordine nelle proprie memorie (Brett Anderson ha pubblicato due autobiografie, Coal Black Mornings e Afternoons with the Blinds Drawn) e di lanciarsi come giornalisti e scrittori di romanzi (nel 2020 è uscito il primo libro del bassista Mat Osman, Rovine). In una carriera in fin dei conti macchiata da un solo album incerto e assai poco ispirato (A New Morning del 2002), il nono Autofiction è al tempo stesso un’efficace summa del Suede-sound più energico e affilato e qualcosa che può togliere il fiato anche il fan più fedele e innamorato. Se è vero infatti che la passione per il post-punk non è una novità assoluta, mai era stata così esplicita.

Ed Buller, il produttore di Autofiction, è lo stesso dell’iconico album di debutto del 1993. Potrebbe sembrare la classica quadratura del cerchio, ma la buona notizia è che i Suede non cercano in alcun modo di recuperare nell’armadio i vestiti di quando avevano vent’anni: come è ovvio, le prospettive sono cambiate e con la maturità – specie se si accompagna alla routine familiare (Brett ha un figlio di dieci anni) – si riflette sulla vita che resta da vivere, si ricorda chi abbiamo amato e non è più al nostro fianco (il toccante opener She Still Leads Me On è un omaggio alla madre del cantante). Si fanno bilanci, pur non per questo rinunciando ai sogni. Per quanto in copertina ci sia una figura maschile nuda, in bianco e nero, distesa su un letto e che si abbraccia da sé, Autofiction è un disco che grida una necessità di contatto, di condivisione, di un ritorno alla “comunità” dopo la solitudine forzata dei lockdown. L’urgenza di un suono crudo, diretto, di canzoni in grado di colpire senza pensare troppo ai landscape, registrate lasciando quella sporcizia sonora che le rende vive e autentiche. Non a caso il disco si apre e si chiude con il rumore tipico degli spinotti che si collegano e scollegano dai mixer quando si entra in una sala prove.

Per quanto non manchino di certo richiami al proprio passato – Drive Myself Home conserva il pathos e l’intensità romantica di una Sleeping Pills o di una By the Sea, It’s Only the Quiet Ones sottopelle ha un animo “anthemico” come i migliori episodi di Dog Man Star e Coming Up, la dondolante melodia di The Only Way I Can Love You si colloca a metà strada tra Everything Will Flow e It Starts and Ends With You – a volte sembra quasi di trovarci a cavallo tra gli anni 70 e 80, in un festival immaginario in cui si succedono gli Psychedelic Furs più vigorosi (She Still Leads Me On), i Cult di Rain che incontrano John Lydon ai tempi dei primi PIL (Personality Disorder), gli U2 ardenti e ancora affettuosamente debitori di Siouxsie and the Banshees di October e War (15 Again), Morrissey in versione rockabilly (fin dal titolo, That Boy On The Stage, potrebbe essere un brano degli Smiths), i Magazine che si fondono con i Simple Minds più tesi di Sparkle in the Rain (Shadow Self) e le pennellate oniriche della chitarra di Robin Guthrie (What Am I Without You, un omaggio ai tanti fan rimasti fedeli). Seguire il mainstream ad Anderson & co. non riesce e men che meno interessa, ma questo continuo e abile gioco di omaggi più o meno sottili – in un momento in cui Idles e Fontaines D.C. riescono a rielaborare con successo stilemi già ripresi vent’anni fa – rende il tutto paradossalmente più fresco e attuale.

I Suede consegnano un lavoro solido come ai tempi di Coming Up o Bloodsports, senza troppi fronzoli ma con una produzione attenta e una tracklist ben congegnata. A tratti ci prende per mano e ci fa fantasticare, altre volte ci riporta con i piedi per terra in momenti che emanano un odore pungente di sudore e bachelite. Quell’equilibrio magico e precario tra glitter e squallore, schiaffi e carezze, elegia e bassifondi, ribalta e retroscena, Lou Reed e Marc Almond, Brett ha saputo crearlo con un proprio immaginario e un proprio lessico. E ha più smalto qui che nelle sue introverse e a tratti spaesanti quattro prove soliste. Richard Oakes si conferma il miracolo di cui gli Suede avevano bisogno per ricomporsi dopo il lacerante addio di Bernard Butler. È tutto pienamente a fuoco, in questo Autofiction che si piazza se non sul podio almeno nella Top 5 tra i lavori più riusciti della band britannica.

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