Recensioni

A cinque anni (abbondanti) dal non eccelso 8 e a quasi quattro dall’avventuroso Mentale strumentale (che però recuperava un lavoro inedito del 2004), tornano i Subsonica col decimo album di inediti. Una proposta, la loro, che non sembra avere mai del tutto oltrepassato quella cuspide tra vecchio e nuovo secolo che li vide brillare nello scenario nazionale grazie a una formula decisamente contemporanea, un crossover dinamico e intenso tra elettricità ed elettronica, propulsione dance (attenta alle evoluzioni IDM, techno e breakbeat) e collusioni rock, il tutto collocato in una “visione” melodico/tematica peculiarmente italiana, coi testi quasi sempre orientati dalle parti di un impegno sia militante che analitico (in ciò piuttosto in linea con la tipica impostazione 90s).
Entrati negli anni Zero, al netto di una fanbase abbastanza ampia e fedele, la loro capacità di significare rispetto al presente è precipitata assieme all’incapacità di ripensare il codice, da cui una sequela di album anche dignitosi ma snervati, fin dall’uscita condannati a suonare vecchi come quotidiani della settimana precedente. Col nuovo e decimo album Realtà aumentata accade però qualcosa di diverso: come per magia, i Subsonica non suonano più così datati. Il punto è capire se sia più un cambio di registro espressivo o riguardi piuttosto il contesto, il – come dire – paradigma percettivo. Più probabilmente, sono vere entrambe le cose. Di più: ho buoni motivi per sospettare che siano intimamente connesse.
Iniziamo col dire che il disco è buono, mi spingerei addirittura a sostenere – lo so, potrei pentirmene – che in termini di scrittura è il loro disco migliore da una ventina d’anni a questa parte. Le undici tracce in scaletta fanno emergere un’ispirazione convincente e a tratti persino avvincente, si veda l’iniziale Cani umani, con la sua trama di cupe vampe trip-hop e i ritorni di fiamma gospel (per non tacere del fantasma – involontario? – di Because dei Beatles), quindi Africa su Marte con le strofe quasi Ferretti e la fibra neo-afrobeat in bilico tra Timbaland e C’mon Tigre con (inevitabili) ammiccamenti Talking Heads, poi il reggae rock a denti stretti di Pugno di sabbia e quella Nessuna colpa che è forse il loro tentativo più riuscito di replicare l’up tempo scabro e convulso dell’irripetibile Colpo di pistola.
Il valore aggiunto arriva però dai momenti più riflessivi e atmosferici, vedi quella Missili e droni che sembra propagarsi anziché procedere, trasmettendo un senso di disarmo cartilaginoso riconducibile allo Yorke solista, oppure la ballata acustica Vitiligine col suo passo rattrappito, come riluttante ad affiorare, o ancora la post-wave rarefatta di Universo che apre l’otturatore verso coordinate pop espanse (vagamente Coldplay) avvalendosi delle belle orchestrazioni di Davide Rossi, mentre Adagio – inclusa nella soundtrack dell’omonimo film di Stefano Sollima, di cui la band ha curato le musiche – chiude le danze sciorinando solennità CSI in sospensione atmosferica Eno, un vaticinio crepuscolare che scruta come può il cuore del presente (“Cresce in un adagio la fine dell’ultima danza/Noi non siamo più qui”).
Non mancano episodi meno a fuoco, per non dire telefonati, come la synth wave marezzata funky di Mattino di luce, il reggaettino world a bassa intensità di Grandine e una Scoppia la Bolla che assolve l’esercizio obbligato del feat. (avvalendosi di un sostituibile Willie Peyote e di Ensi col suo flow mordace d’ordinanza) ma se non altro sfrutta bene i fiati dei due Bluebeaters Paolo Parpaglioni ed Enrico Allavena. E insomma, che dire: al netto di questi fisiologici momenti interlocutori, nel complesso il bilancio può ben dirsi positivo.
Quanto ai temi, il focus scandaglia zone nevralgiche come il conflitto tra corpo e identità (“Nella prigione di un corpo/Che non è quello che sei”), l’impatto delle nuove tecnologie su culture e prospettive (“La realtà è aumentata quando l’utopia si è arresa”), la condizione degli immigrati di seconda generazione (“Qui c’è un passato che non passa mai/Ed un futuro che non troverai”), la docile/rassicurante amnesia di chi distoglie lo sguardo (“Se il mare affonda nella gola di un bambino/Se nello specchio si nasconde ‘assassino”), la vita come è specchio offuscato dello stato di guerra globale (“fredde ambizioni/competizioni/puoi difenderti/forse no”). Testi che, tutto sommato, riescono a non cadere nella trappola dei loop retorici, anche se lasciano la sensazione di voler stuzzicare il senso di appartenenza in un ascoltatore già “sintonizzato” anziché scuoterlo, anziché strapparlo al perimetro rassicurante delle comfort zone (qualunque sia il livello di consapevolezza e militanza).
Se non ci fosse da fare i conti con la domanda posta qualche capoverso fa, questa recensione potrebbe chiudersi con la consueta tirata di somme, ribadendo cioè che si tratta di un buon lavoro, anche se non potrei esimermi dal riferire una certa asetticità, una strana disconnessione tra potenziale emotivo e argomenti, come se il mirino non riuscisse mai a contenere l’obiettivo, l’oggetto, la cosa vera. E qui affiora una possibile risposta alla suddetta domanda: se i Subsonica non sembrano più datati è perché non devono più curarsi di non esserlo. Non devono più preoccuparsi che qualcuno rimproveri loro di essere i Subsonica in un contesto che al contrario richiede – che ha fame di – forme riconoscibili, congrue a se stesse, che sappiano in ragione di ciò emergere come punti fermi – isole – nel mare di dati: un mare privo di bordi e correnti, di prima e dopo, una vastità di dati che annichilisce ogni tentativo di organizzarli in racconto.
Una band con un passato come i Subsonica può – saggiamente – scegliere di conseguenza: ovvero, prodursi in una rappresentazione di sé più coerente possibile, senza curarsi dell’invecchiamento prodotto dal gap temporale, essendo il rischio dell’inattualità neutralizzato dall’attualizzazione di tutto operata dai nuovi paradigmi di ascolto, che prevedono implicitamente e progettualmente (direi pure: filosoficamente) lo sfruttamento del più ampio catalogo musicale disponibile.
Questo, credo, spiega il senso di asetticità e distacco tra le canzoni di Realtà aumentata e quei temi che pure vorrebbe intensamente affrontare: il qui e ora non è più un parametro cruciale, ed è comunque secondario rispetto alla realizzazione di forme di per sé svincolate dall’attualità. Non si tratta quindi di un demerito da imputare ai Subsonica: in questo scenario, non c’è forma espressiva che possa definirsi davvero attuale, e questo è dovuto alla progressiva e pressoché compiuta estinzione dell’attualità (ok, può sembrare paradossale, ma – ehi – viviamo un’epoca di paradossi insospettabili, no?).
Anche la realtà aumentata del titolo, in questo quadro, assume una piega, come dire, sintomatica: l’aumento artificiale della realtà percepita è conseguente – ovvero è reso possibile – dal suo stesso (ingegneristico) svuotamento di senso. Lo stesso si può dire della resa delle utopie (o narrazioni che dir si voglia). Per farla breve e concludere: questo disco si muove con passo grave e al tempo stesso agile sulla linea d’ombra al confine tra consapevolezza e allarme, mettendo in mostra tanto il bisogno di un’angolazione critica rispetto al conformismo che l’impossibilità di sottrarsi alle sue regole.
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