Recensioni

7.1

La genesi di questo disco è stata ampiamente raccontata dal gruppo sui suoi canali social e alla stampa: si tratta del disco registrato nel 2004 e rifiutato dalla loro etichetta di allora, la Mescal, con la quale erano in rotta e che trovava il disco troppo sperimentale (o per l’esattezza “solo di rumori”). Si tratta di un album strumentale (la voce, quando c’è, è usata come uno strumento) nato da un’esigenza che il gruppo sentiva in quel momento, ovvero quella di recuperare il lato più di ricerca della loro musica rispetto a quello della forma canzone: le fortune del gruppo sono sempre state basate sulla sintesi, appunto, tra una forma canzone moderna e un lato musicale che esplorava le nuove tendenze dell’elettronica per fonderle col rock, e i Nostri evidentemente si sentivano troppo sbilanciati sul lato pop.

Così, a detta loro, si chiusero in uno studio pieno di strumenti già predisposti, per giocarci e vedere cosa usciva. Il risultato è un disco che la casa discografica aveva preso un po’ come il singolo Cocksucker Blues dei Rolling Stones (o come la leggenda vuole che fosse Metal Machine Music), ovvero come qualcosa smollato all’etichetta tanto per chiudere il contratto sapendo che tanto non lo avrebbe pubblicato mai – e il fatto che, una volta cambiata casa di pubblicazione, nel disco successivo il gruppo avesse proseguito sulla forma canzone sembrava dare loro ragione.

In realtà, a parte eventuali altri motivi, il punto è che il disco sembra più adatto a questi tempi che non a quelli in cui è stato realizzato: non suona infatti né come musica del 2004 in generale né del 2004 del gruppo, tra il successo di Amorematico di due anni prima e quello ancora maggiore di Terrestre dell’anno successivo. È vero che nell’album del 2002 le 4 parti di Atmosferico, insieme a Ieri e qualcos’altro (Ain’t No Sunshine dal live del 2003 Controllo del livello di rombo), costituivano un segnale della volontà di privilegiare un approccio più esplorativo del loro stile (e qualche anno dopo, in modo simile, proveranno a chiedere ai fan sui social se avrebbero accettato per una volta una scaletta che lasciasse fuori alcuni dei grandi successi e dei brani più praticati live), è anche vero che in quei brani le tentazioni ambient lasciavano presto il posto ai consueti ritmi dance, cosa che qui non accade mai.

E per quanto riguarda i rapporti con la contemporaneità musicale dell’epoca, questi brani dilatati, tra momenti rilassati e altri pervasi da un senso di minaccia, hanno l’aria di colonne sonore di altri tempi, tra certi documentari RAI anni ’70, echi delle atmosfere di Ai confini della realtà e in generale del futuro visto con gli occhi della fantascienza anni ’60, con un’aria vintage (come i sintetizzatori usati e soprattutto il modo di suonarli a pennellate) che deve qualcosa al lounge revival degli anni ’90, con qualche occasionale riflessività meditativa su un marciare di chitarre acustiche stile CSI (Detriti nello spazio).

Una raccolta  ispirata e suggestiva di viaggi mentali, potremmo dire, dove i vari riferimenti allo spazio dei titoli trovano riscontro nella spaziosità dei brani: ed è proprio nel modo che ha di suggerire viaggi da fermo, nel silenzio evocato dall’assenza della voce, che questo disco, anche se non così angosciato, si rivela particolarmente adatto a uscire in piena clausura da Covid-19, dove le città deserte hanno respirato secondo ritmi analoghi.

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