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Lo scorso settembre, nei giorni immediatamente successivi alla morte di Elisabetta II di Windsor, siamo diventati tutti un po’ monarchici, tutti un po’ figli della Regina, pure noi italiani che i nostri, di regnanti, un’ottantina d’anni fa li cacciamo quasi a pedate dallo Stivale. Potere della tv. Ciononostante, non dovrebbe essere difficile cogliere l’ironia dell’immagine scelta da Steve Mason per la copertina del suo quinto lavoro solista, un mezzobusto velato il cui volto nascosto è “incorniciato” da un intarsio di effigi reali sul quale trionfa la raffigurazione di Queen Elizabeth II a cavallo. Del resto Mason è scozzese, e in casi del genere fa sempre il suo porco effetto sciorinare tutta la galleria di cliché di braveheartiana memoria. Che poi magari a lui non frega nulla della libertà, figurarsi se uno che si sente cittadino del mondo non si senta anche cittadino del Regno Unito, ma è comunque d’impatto una cover del genere scelta da uno nato dalle parti di Edimburgo. Scozzese, ma che con la Regina andava d’accordo perlomeno su una cosa (a prendere per buoni certi segnali cromatici a suo tempo sfoggiati dalla compianta sovrana): che la Brexit sia stata uno schifo: «Per me questo album rappresenta un grosso “vaffanculo” alla Brexit – ha spiegato l’ex Beta Band -, e un gigantesco “vaffanculo” a chiunque sia spaventato dall’immigrazione, perché non c’è niente che l’immigrazione ha portato a questo paese che non sia da applaudire». Un discorso che non fa una piega, ma vallo a spiegare nei corridoi di Buckingham Palace, dove di ritratti di avi paladini dell’antirazzismo non è che pullulino i muri (e a pensar male, viene il sospetto che allo Spare, di fondo, non sia mai stato perdonato il matrimonio con una donna di origini afroamericane).

In ogni caso gli scozzesi, che pare amino l’Unione Europa quanto – storicamente – il concetto di indipendenza, l’occasione di scevrarsi dal giogo britannico l’hanno avuta col referendum del 2014, ma hanno scelto diversamente. Del resto quando Mason parla di paese intende la Gran Bretagna in generale, perché poi, in finale, lui oggi vive a Brighton, si sente british fino al midollo e, da buon celtico, sa che a portare i guai sull’Isola non furono per primi i coronati albionici ma, nell’ordine, i Romani, la peste e i barbari anglosassoni provenienti dal continente. Un continente dal quale però adesso Mason non vorrebbe distaccarsi. «Credo che come società siamo stati trascinati indietro agli anni ’80. Ed è strano, perché la mia generazione è cresciuta con la certezza che le cose sarebbero migliorate». Lui peraltro deve tutto alle politiche inclusive: «L’unico motivo per cui sono un musicista adesso è per via del sussidio di disoccupazione e dell’alloggio. Mi trasferii a Londra con circa 200 sterline nel portafogli e nel giro di due o tre settimane avevo un appartamento in cui vivere, pagato dal governo, e 45 sterline in tasca ogni settimana, sufficienti per vivere. Tutto quello che facevo allora era imparare a scrivere canzoni nella mia stanza, e se era quello che volevi fare, il sistema era lì per te. Adesso è tutto finito».

Appartiene a un’altra epoca, il fondatore di una delle cult band più influenti degli ultimi trent’anni, ma la fa rivivere come meglio non potrebbe. Brothers & Sisters è meravigliosamente fuori dal tempo perché appunto dominato da una cifra aperta, internazionalista, cosmopolita, concetti su cui da tempo fosche nubi hanno iniziato a (ri-)addensarsi. C’è di che stupirsi di fronte alle commistioni sonore, e non solo, di queste nuove dodici tracce. In No More, salvifica, tribale e che mescola influssi mediorientali ad altri di folk celtico per poi aprire ancor più a Oriente col sitar, c’è un feat. del cantante pakistano Javed Bashir; aromi arabeggianti che fan capolino pure dalle pieghe dell’elettrofunk universalista Brixton Fish Fry; così come l’orchestralmente beatlesiana All Over Again e la fiera My Soul aprono inaspettatamente a un coro gospel (le voci sono di Jayando Cole, Keshia Smith, Connie McCall, Adrian Blake e Kaviraj Singh). Parafrasando i Commitments (che erano di Dublino, ma vabbè), Mason è negro e se ne vanta. Ma pure sulle arcaiche civiltà dominatrici di mari e terre ci dà pista. La pantagruelica opening Mars Man ci spedisce a Cydonia e, tra riti pagani e sacrifici sugli altari di antiche divinità, frulla insieme gli spaziali avvitamenti di Bowie, le filosofiche dissertazioni di Brian Eno, le liseriche digressioni dei Pink Floyd, il fiabesco genio di Peter Gabriel e il futurista classicismo di Yanni.

Ciò non deve tuttavia indurre a pensare che al lato pop orgogliosamente esposto dal Nostro nel suo precedente lavoro lungo, About The Light, non sia riservata anche qui la sua bella parte. Tra le migliori qualità di Mason c’è infatti anche quella di saper confezionare un discorso senza usare troppi termini astrusi: The People Say è risolutamente screamadelica ma, perché no, anche gaiamente invertita à la George Michael in quota Freedom! ’90; I’m On My Way sfoggia sì ritmiche free jazz nel ritornello ma la strofa, col suo incedere epico mozzato di colpo in vista del suddetto chorus, resta in testa fin da subito; e Travelling Hard ha sì quel certo non so che di intellettuale, ma è irresistibile nel suo folkeggiante dar fiato alle trombe (in tutti i sensi) che per certi versi potrebbe far pensare alla PJ Harvey di Let England Shake.

Mason se la spassa mischiando alto e basso, raffinato e popolare, ma anche gioia e spiritualità, piano personale e politico; e per poliedricità e apertura al mondo, si configura sempre più come una sorta di Damon Albarn scozzese. Quando il livello è questo, chi se ne frega della libertà.

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