Recensioni

Lontani i tempi della Beta Band (sono passati già nove anni dall’epitaffio Heroes to Zeros), scarsi i segnali dell’attività solista (e para-solista) di Steve Mason, dal momento che almeno a queste latitudini né come King Biscuit Time né come Black Affair ha smosso più di tanto le acque. Non è andata meglio con l’esordio a proprio nome Boys Outside, roba di tre anni esatti orsono, col quale volle presentarci il suo lato più intimista, malinconico e a tratti melodrammatico. Col qui presente Monkey Minds In The Devil’s Time il registro cambia drasticamente, a partire dal concept segnatamente politico, ma anche per la cifra sonora che riallaccia numerosi link con la calligrafia del rimpianto gruppo scozzese.
Meglio aspettare però a stappare lo spumante (oppure – più opportunamente – a riempire generosi boccali di buona Tennent’s), perché se Mason era l’inconfondibile semi-falsetto dei Beta e uno dei principali compositori, non ne era certo il deus ex machina, come del resto ci dimostrò a suo tempo la buona popadelia vintage di John Maclean, Robin Jones e Gordon Anderson radunati nel combo The Aliens. Tuttavia il caro Steve sembra volerci provare il contrario: non si risparmia, sforna venti tracce ispezionando tutto il ventaglio attitudinale, dall’hip-hop (sbilanciato funky soul come nella brusca Fight Them Back o sciroppato d’acido come in Fire!) al downtempo spacey (la melassa pensosa e oppiacea di Lie Awake) passando per ibridazioni psichedeliche più o meno amniotiche (la tensione fiabesca di A Lot Of Love), dub ibridi (la celebrazione di Ayrton Senna – con tanto di sample di una telecronaca brasileira – in The Last Of Heroes) e gospel strapazzati electro (quella Lonely che scomoda certi tremori acidi Spiritualized).
Lo sforzo è di quelli notevoli già sulla carta, alla prova dei fatti inoltre benedetto da un’ispirazione più che buona che ne enfatizza l’aspetto autorale. Tuttavia Mason non era (non è) la Beta Band, e questo disco rischia spesso di suonare come un tentativo d’ufficio di mettere il cappello su tutta l’eredità senza averne il diritto. Nel carosello stilistico infatti c’è troppo ordine, troppa ingegneria, troppa fiducia nel farsi canzone di intuizioni sì intriganti però attente a non scomodare le consuetudini auditive. Se assieme a Maclean e Jones (ed inizialmente anche Anderson) l’impasto sonoro mirava proprio a destabilizzare il canonico – spacciandoti l’insidia nel carezzevole, il robotico nel visionario, l’inquieto urbano nel velluto cosmico – oggi Mason sa essere al più bizzarro (vedi i siparietti allucinati tipo Behind The Curtain) e spesso accomodante forse persino a dispetto delle intenzioni (come nei detriti french-touch di Never Be Alone – l’incubo Elbow degli Air? – o nel dancefloor nevrastenico di Towers of Power). A dirla tutta, sembra essere molto più in parte quando sforna pezzi sfacciatamente radiofonici come lo stomp tra il solare e l’agrodolce di Oh My Lord o quella Come To Me che dipana solennità pop tra i Wire più languidi e gli Alan Parson meno sdolcinati.
In conclusione, questo è solo un buon disco di indie pop contemporaneo, solo un po’ più versatile e sfaccettato del solito. La Beta Band è morta, viva la Beta Band.
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