Recensioni

Anche il retro-futurismo invecchia, o rimane eternamente giovane essendo per definizione fuori dal tempo? Nell’elenco delle grandi questioni dell’umanità questa non è esattamente ai primi posti, ne conveniamo, ma se si sono passati tutti gli anni ’90 (e un po’ oltre) ad adorare una band meravigliosa e meravigliosamente retro-futurista come gli Stereolab, e poi te la ritrovi davanti a suonare nel 2022, il dubbio ti sfiora.
Magari mentre sei lì che ciondoli la testa, felice di perderti di nuovo in quella dolcissima melodia a metà tra Françoise Hardy e la bossanova di Pack Yr Romantic Mind che ti faceva impazzire intorno al ’93 o al ’94, o mentre fai finta di muovere le gambe proprio come ai vecchi tempi sul groove che trasporta Roadrunner dei Modern Lovers su una autobahn tedesca anni 70 di Super-Electric o Harmonium. È comunque problematico non guardare attraverso le lenti della nostalgia una esibizione come quella dei ‘Lab ai Magazzini Generali di Milano, prima delle quattro date italiane (Roma, Avellino e Trento le successive) inserite nel loro tour europeo. Non tanto per la band, che è viva e vegeta, suona benissimo e non si risparmia, dando persino l’idea di divertirsi ancora, quanto per quel senso di contemporaneità, di brivido di cose nuove (per quanto ottenute mescolando con grande intelligenza cose vecchie o vecchissime) che è rimasto incastrato laggiù, da qualche parte nei primi anni Zero, quando già la benzina stava finendo e la tragica perdita di Mary Hansen avrebbe a lungo termine fatto sentire i suoi effetti. All’epoca di dischi come Mars Audiac Quintet, Emperor Tomato Ketchup o Dots and Loops, per colpa della pigra cialtronaggine dei critici musicali, tutto era “post-rock”, e il gruppo era forse quello che concettualmente incarnava meglio il concetto.
Oggi che viviamo davvero in un’epoca post-rock, forse anche post-musicale in genere, gli Stereolab paradossalmente sono “solo” una grande band riformatasi (dal 2019) per tornare a far vivere – con classe rara, si intende – un po’ di care e vecchie memorie. Il fatto che la scaletta sia punteggiata di pezzi tratti dagli ultimi album prima dello scioglimento provvisorio (la ballonzolante Supah Jaianto con cui aprono, così come la più convincente Delugeoisie nel bis, stavano su Not Music, mentre Eye of the Volcano faceva parte della scaletta di Fab Four Suture, due dischi messi assieme riciclando scarti di studio) è forse simbolicamente indicativo di una certa voglia di riprendere un discorso interrotto, ma questo lo sapremo se e quando arriverà un nuovo lavoro.
Per adesso è sufficiente (ri)godersi il “pa-papa-pa” di UHF o il Dave Brubeck girato in versione harmony-pop di Free Design (una delle tante ragioni per cui si ama una band come gli Stereolab è che citano i loro eroi nei titoli delle canzoni), tornare a stupirsi della fluidità estrema con cui mischiano anche all’interno dello stesso brano sintassi musicali differenti (ah, che miracolo che è sempre Reflections in the Plastic Pulse…), ammirare la tecnica chitarristica essenziale ma efficacissima – soprattutto quando va giù coi pedali e gli effetti – di Tim Gane nonché, ça va sans dire, il fascino immune al tempo di una Laetitia Sadier avvolta in una specie di kimono floreale che rappresenta l’unica vaga concessione al glamour.
Canta bene, Laetitia, anche se soprattutto nella prima parte è penalizzata come il resto della band, bassista in primis, da un’acustica terrificante. Non sappiamo se per colpa della conformazione o dell’impianto del locale, del fonico del gruppo in sciopero o di un soundcheck fatto di fretta, sta di fatto che ascoltare un concerto con un suono del genere è inaccettabile. Forse anche per questo all’inizio la band sembra un po’ legnosa, ma si riprende nella seconda metà fino a volare letteralmente con i bis, chiusi da una splendida Simple Headphone Mind e nei quali trova posto anche una irresistibile French Disko.
A proposito di classici: niente Ping Pong, Jenny Ondioline, Cybele’s Reverie, Les Yper-Sound, Metronomic Underground, Brakhage ecc, ma va bene così. Perché un po’ di nostalgia è ok, ma non esageriamo. Ottimo concerto, comunque. Il Groop anche nella sua mezza età non delude, e la risposta del pubblico – non proprio di teenager, come è intuibile, ma neanche così decrepito – lo conferma. Sarebbe stato piacevole trattenere un po’ di quelle buone vibrazioni. Peccato che i buttafuori, con commovente dedizione nei confronti della loro qualifica professionale, caccino fuori tutti dal locale dopo due minuti esatti dalla fine del concerto. Il retro-futurismo forse può passare di moda, la cafonaggine e la maleducazione purtroppo no.
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