Recensioni
Stereolab
Transient Random-Noise Bursts With Announcements
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Stefano Solventi
- 1 Febbraio 2011

L’incontro fatale avvenne sul finire degli Eighties. Lui, Tim Gane, polistrumentista inglese appassionato di kraut rock e wave sperimentale. Lei, Laetitia Sadier, vocalist francese col pallino della chanson sbilanciata pop. L’intesa operò il miracolo, attivando forze incognite che frutteranno una sintesi sconcertante. A quel punto la coppia si espanse in sestetto, ché altrimenti non sarebbe stato possibile dare vita ad un costrutto sonoro a base di stratificazioni magmatiche d’organi (Farfisa e Vox) e sintetizzatori (Moog), di chitarre e percussioni. Si era ormai nei Novanta, girava qualcosa nell’aria, una forte spinta a ridefinire sostanza e finalità del rock. Il post-rock non fu, ovviamente, un genere, ma un sentimento generazionale che esigeva porre in discussione le consuetudini e i rituali fin nel profondo.
Da par loro, gli Stereolab colsero nell’aria il bisogno di riorganizzare l’esperienza di composizione e ascolto: le canzoni come sezioni di flussi sonori, la reiterazione come dimensione dell’esperienza emotiva, l’improvvisazione come variazione organica del ciclo meccanico, il timbro analogico della strumentazione vintage come segno esoterico prima che stilistico, quasi che nella sporcizia delle vibrazioni armoniche, nella ruvidità delle distorsioni pre-digitali, si celasse una sublime mostruosità, il rifiuto programmatico dell’ottimizzazione indotta dalle logiche industriali. Quanto alla componente melodica, anziché annullare il canto come usarono compagini-cardine quali Slint, GY!BE e Tortoise, gli Stereolab optarono per una sua ricollocazione e – in un certo senso – reinvenzione, immergendo la melodia in una zuppa acida formalmente ostile ma sorprendentemente fertile.
Se al centro del progetto sembra esserci il tentativo di aggiornare i raga lisergici dei sixties rispetto ai codici dei neo-fricchettoni della rave-generation (un po’ come similmente/diversamente avevano fatto i Primal Scream nel ’91 con l’epocale Screamadelica), si trattava in ogni caso di sottrarsi al logoro schematismo della forma canzone per accogliere ed enfatizzare le capacità evocative – o genuinamente psichedeliche – del rock: per far questo guardarono principalmente al kraut di Can e Faust, alla contro-psichedelia dei Velvet Underground, al minimalismo estatico di Steve Reich, alle congetture soniche di Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine, alle allucinazioni atmosferiche dei Cocteau Twins, al massimalismo fiabesco dei Mercury Rev, ovunque insomma fossero stati edificati “altrove” musicali nei quali si esaltassero le possibilità ammalianti – e totalizzanti – del suono.
L’entusiasmo suscitato dall’esordio Peng! (Too Pure, 1992) non tardò a suscitare gli interessi della Elektra che pose il marchio al secondo lavoro lungo Transient Random-Noise Bursts With Announcements, già apice artistico della band. Tra le linee melodiche pigre e dolciastre (cantate da una Sadier flemmatica, quasi algida, sorta di nipotina sintetica di Nico), gli stridori siderali delle tastiere, le pulsazioni battenti ed i clangori scomposti delle corde si innesca una compenetrazione ipnotica, suadente, penetrante e tentacolare. E’ pop come somma di esperienze pop, la rumorosità come sfondo inevitabile, tumulto percettivo, sovraccarico di sensazioni auditive attorno alla ramificazione tenue ma tenace della melodia. Fu così che, in un certo senso, il post-rock partorì l’iper-pop. Con fantasmatiche guarnizioni più o meno riconoscibili: l’evidente parafrasi Neu! della suite Jenny Ondioline, l’indolente impudenza Modern Lovers in I’m Going Out Of My Way, l’estro anarcoide Red Crayola via Suicide in Analogue Rock, omeopatie George Harrison – un cui sample era presente nella versione originale, poi tolto per evitare noie legali – in Pack Yr Romantic Mind, sordidezza Royal Trux in Golden Ball, e via discorrendo.
La targa di retro-futurismo è simpatica e attagliata ma rischia di prestarsi all’equivoco: val bene sottolineare che la musica degli Stereolab rappresentò puntualmente le pulsioni profonde del proprio tempo, alba di un’epoca che vedrà rimettere totalmente in gioco lo scibile rock alla stregua di un repertorio accessibile, disponibile e simultaneo secondo i nuovi codici imposti dall’avvento del web.
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