Recensioni

Che due sperimentatori come John Duncan e Stefano Pilia incrocino le armi in un disco è già una notizia degna di attenzione. Il primo da svariati decenni un nome di punta nel campo dell’avanguardia musicale, della performance art e video artistica, con all’attivo una intensa produzione solista e un infinità di collaborazioni condivise – solo per citarne alcuni – con Oren Ambarchi, Masami Akita, Z’ev ed Elliot Sharp; il secondo già in passato in band di spessore, come 3/4HadBeenEliminated, In Zaire, Il Sogno Del Marinaio, Massimo Volume e Afterhours, nonché attivo nel trio con David Grubbs e Andrea Belfi e più recentemente anche nel duo con Massimo Pupillo degli Zu, ha sviluppato una ricerca personale sulle proprietà scultoree del suono e del suo rapporto con lo spazio, la memoria e la sospensione del tempo.
Try Again è un lavoro elettroacustico incentrato sul controverso e difficile rapporto dell’uomo con l’asfittico mondo contemporaneo, un concetto in cui entrano in gioco dinamiche squisitamente esistenziali al cospetto della cultura oggettiva di simmeliana memoria, ma non meno sovrastato dalle nuove forme di usabilità uomo-macchina. Un contesto foriero di contraddizioni anche piuttosto oscure, in cui l’animo umano conduce una vera e propria lotta per mantenere l’integrità; argomento che i due affrontano ponendosi in modo analogico verso di esso, attraverso un mix di elettronica sperimentale e tensioni corporee fatte di carne e sangue.
La programmatica title track svela perfettamente la visionarietà del progetto ma anche la capacità di renderlo con un vestito dirompente. Una lunga traccia siderale da non confondere con un semplice slancio cosmico, quanto invece abile nel tratteggiare la dialettica tra freddo interiore ed esteriorità tecnologica; un teso bordone incistato di continue tensioni su cui la pregevole interpretazione di Duncan agisce sia come catatonico urlo di dolore che come forma di resistenza umana. Un brano che ipnotizza tramite la ribollente ricerca di Pilia, un’elegante visione arricchita sia delle intuizioni drone di Jim O’Rourke quanto del minimalismo dei primi Pan Sonic, e le magnetiche astrazioni blues dello sperimentatore americano che abbiamo potuto apprezzare in album come Red Sky.
E così, tra rarefazioni futuriste, cibernetici nervi scoperti e dilanianti pulsazioni asincrone, il tutto viaggia con un respiro personale e splendidamente arrangiato da un coriaceo punto di vista; e fino a distendersi nel cupo lamento drone di Fare Forward che attanaglia l’attenzione fino alla fine. Un discorso da tenere in considerazione non solo per la brillante struttura del ragionamento, ma anche per la maestria e la bellezza nell’esprimerlo.
Amazon
