Recensioni

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Il debutto degli Starsailor è insoddisfacente soprattutto per due motivi: da una parte, i testi e il canto del ventunenne James Wash hanno la smania (la velleità) di voler comunicare al mondo con la stessa sottile magia del giovane Buckley; dall’altra il canovaccio alla Yellow (Coldplay) è sostanzialmente uguale in tutti i brani.

A fronte della ripetitività dello standard canzone, delle pretese del cantautore di voler conferire all’opera un’aura di racconto privatissimo, Love is Here è spesso pateticamente struggente e solo in brevissimi passaggi veramente poetico. Il recitato ad alto tasso d’emotività non può reggere a lungo la tensione che pretende di creare, tant’è che giunti alla traccia numero cinque – Way To Fall –, con cadute di tono come: “Ooooooh, I’ve got something in my throat/I need to be alone/While I suffer”, pronunciate in quel registro sofferente da Pavarotti del rock, è difficile non provare un senso di bulimia. Per dirla tutta, il timido ragazzo di Wigan, più che essere debitore di Buckley (che brit-popper non lo è mai stato), deve molto di più a Brett Anderson (Suede) e Chris Martin (Coldplay).

In Poor Misguided Fool, Walsh, che prende a prestito la ritmica di Coffee & TV dei Blur, sovrapponendogli una manciata di pianismi classici e la solita triste storia, tocca il fondo lirico, annoiando e rendendosi antipatico. Forse la traccia migliore è la suedeiana Good Souls, psichedelica alla maniera migliore dei Verve ma praticamente composta sottobanco da Osbourne.

Walsh sembra uno di quei ragazzi che ha appena vinto una gara di canto, quelle che più tipicamente riguardano le selezioni per formare le girl group che vanno tanto di moda ultimamente, ha utilizzando tutto il suo potenziale, si è distinto, era il più bravo, eppure gli manca tutto… Per questo che a Sanremo una canzone come Poor Misguided Fool sarebbe perfetta.

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