Recensioni

A quattro anni dal debutto, il momento magico degli Starsailor è ormai un ricordo, anche se Walsh e amici hanno assaporato il successo anche oltreoceano grazie al singolone spectoriano Four To The Floor. Il terzo disco della band di Wigan viene così registrato a Los Angeles con Rob Schnapf (co-produttore, tra gli altri, di Elliott Smith), con l’intenzione dichiarata di dare una sterzata al loro percorso. Dopo le afflizioni folk di Love Is Here e le ambizioni produttive di Silence Is Easy, gli Starsailor cercano di reinventarsi come rock band, inasprendo i toni e cercando un mordente che latitava dalla loro musica.
In The Crossfire sfoggia da subito un suono corposo e aggressivo; un brano con una certa personalità (non a caso è il singolo apripista), ma attenzione, gli ingredienti sono comunque quelli noti: liriche tormentate, rabbia adolescenziale (alla Creep) e piglio da melodramma (“I don’t see myself when I look in the mirror / I see what I should be”). Un vestito nuovo per la solita cerimonia, in pratica; non basta rivestire di psichedelia le solite ballatone o cavalcate, magari mettendoci dentro un po’ di groove, si rischia solo di fare ulteriori danni, come nello pseudo-grunge di Faith Hope Love o nello psych di marca Six By Seven / Spiritualized Way Back Home (con bello sfoggio di artifici di produzione vecchi di una decina d’anni); vanno un po’ meglio In My Blood, Get Out While You Can e Keep Us Together (prima di scivolare pericolosamente dalle parti della Pride degli U2), che rispolverano lo spleen buckleyano degli esordi, ma è un film già visto. Le vibrazioni soul di I Don’t Know e White Light finiscono per risultare quantomeno piacevoli, ma non si può aggiustare un giocattolo già rotto. Almeno, non stavolta.
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