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Staffilate noise-rock come non se ne sentono spesso, amalgama math-rock imputridito, squarci di free-noise acuminati come fendenti, brutalismo sonico in abbondanza e un senso di ferale devasto a ricoprire il tutto come una colata lavica di disagio. Il comeback del terzetto norvegese Staer è tutto un programma, perchè ciò che avete letto sopra esiste e si materializza come un incubo pesissimo da cui è bandita qualsivoglia concessione all’estetica.

Se l’omonimo di un paio di anni addietro ci aveva rivitalizzati con dei calci in bocca noise-rock ben assestati, questo Daughters riprende le fila di quel discorso ma se possibile ne amplia le possibilità e ne irrobustisce il peso specifico, screziando una proposta che tutto chiede tranne che di essere accondiscendente con chi ascolta. In soldoni, una quarantina di minuti di frullatone di asprezze industrial-rock suonate con piglio da noise-rockers senza futuro, come dei Sightings più algidi cresciuti con la stessa foga dei connazionali Noxagt o degli Hair Police controllati e pronti ad uscire (fuori catalogo) per la AmRep dei tempi d’oro, in cui tutto è reiterazione, distorsione e devasto. O ancora come dei Lightning Bolt più articolati, chirurgici e glaciali che trascinano il cadavere di un Frankenstein metà Unsane, metà Zu lasciando dietro di sé un rivolo di sangue ghiacciato. Paragoni fantasiosi a parte, c’è in pezzi come Future Fuck, con ospite il sax di Kjetil Møster degli Ultralyd, One Million Love Units o Daughters II una fredda forza bruta che non è mai prova di forza fine a se stessa, quanto dimostrazione di come anche lontano dagli epicentri del rumore possano nascere sacche di resistenza per niente scontate. Sacche di cui Noxagt, Ultralyd e appunto Staer non sono che la punta dell’iceberg.

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