Recensioni

6.6

Non dall’inizio, ma dalla seconda traccia proviamo ad approcciare il nuovo album dei Sightings. Jabber Queens è un incubo analiticamente tutto interno a New York (DNA, su tutti), ma in qualche modo ecumenico. È pur vero che il disco è stato registrato a Brooklin, NY (la patria stessa della band), nello studio degli Oneida, e pubblicato dalla Brah Records, costola brooklin-iana di Jagjaguwar. E che in sostanza sentire suonare i Sightings vuol dire prestare orecchio a un suono in tutto e per tutto newyorkese. Ma, saranno gli anni che passano (e i dischi con essi, trattandosi del settimo della ragione sociale) e sarà l’equivalenza sempre più circostanziata e sempre più imitata del noise di marca NYC, si sente un tentativo di linearità, nel disco. Qualcosa che faccia il punto, e con ordine, seppure in un fracasso micidiale, as usual.

Sono gli elementi che compongono il tutto di City Of Straw a farcelo dire: l’analisi, non la sintesi, e quindi lo smontaggio pezzo per pezzo. La voce – per iniziare – è un filo conduttore fin troppo continuo, un timbro che rischia di diventare discorso scontato, per la band. Un lamento impostato e costruito, un po’ distaccato, nell’orrore che vuole esprimere. La cavalcata di Saccharine Traps ci mostra l’unica variante all’ugola monolitica di Mark Morgan, qui rimpiazzata da un declamatorio noise-core strindentissimo. Eppure questa stessa traccia mette in grandissima evidenza la centralità della chitarra, che a livello di riconoscibilità figurativa emerge in tutti i pezzi come appiglio quasi salvifico, timbricamente solido. Una certezza per l’ascoltatore, che tiene ancora la scena ancorata a sé, tracciando un lungo dilatatissimo solo, in We All Amplify, così come battendo continue staffilate sul tessuto industriale di Hush. La title-track è – ancora – un inceppo continuo tra una rhythm box rotta e una chitarra con aperture quasi cosmo-noise. Un incaponimento che alla fine (dopo nove minuti) convince, nel delirio di rumore bianco che ne germoglia, come una primavera malatissima.

Eppure, nel tentativo di trovarsi uno spazio – peraltro brillantemente preso in affitto e abitato negli album precedenti, da Arrived In Gold a Through The Panama – nell’impero del noise / industrial della grande mela, i Sightings perdono mordente e acquistano in caricatura. Ma forse, semplicemente, dopo quasi tre anni ci aspettavamo qualcosa di più dal trio di Brooklin.

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