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Ce lo assicurano loro stessi: suona “terribly well” il ritorno dei tre Sightings. Dopotutto, da qualsiasi prospettiva lo si guardi, un album dei newyorchesi lascia sempre una sensazione di avvincente spossatezza, di devasto liberatorio e insieme costruttivo, nonostante una formula sempre incompromissoria e tendente più allo sfacelo che al propositivo. Che siano le melmose lande rumoriste limitrofe a certo post-industrial di Yellow (sei minuti di cappottamenti e rigurgiti di rumori in implosione), il funkettone inacidito da bassifondi cittadini di Better Fastened, i deragliamenti free-noise di Rivers Of Blood che vagano senza un apparente senso su una terra di nessuno o il clangore al calor bianco di Mute’s Retreat, la sensazione è che dietro la sigla ci sia un arco concettuale più ampio del mero rumore fine a se stesso che ha caratterizzato troppe band cresciute nel decennio scorso.

L’aver abbassato la cresta del rumore duro e puro, l’essersi concentrati su una forma sonora che è più cerebrale che muscolare – ma questo è da sempre nell’esperienza Sightings, tanto da farne mosca bianca rispetto a illustri colleghi -, l’aver unito le forze col synth “smostrato” di Pat Murano (No-Neck Blues band), a dimostrazione di uno spessore ormai conclamato, pare che ne abbia risollevato le sorti, facendo dei Sightings uno dei progetti noise più apprezzabili di sempre. In grado, cioè, di mostrarsi per ciò che è – un’indubbia accozzaglia di riferimenti al culto del rumore in ogni sua forma – ma anche per qualcosa di altro, di mutante e mutato sempre su quel corpo morto e sfatto che è oggi il “noise”. E dimostrandoci come anche dai sottoscala zozzi e puzzolenti degli anni zero possano emergere progetti capaci di segnare le epoche a venire.

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