Recensioni

Se con il precedente Letter To Self i dublinesi SPRINTS avevano posizionato il loro nome sulla mappa in un panorama (post) punk altresì già affollato, arriva adesso il momento di capitalizzare la deflagrazione – sia commerciale che artistica – di quell’esordio rilanciando con la massima intensità e potenza di fuoco. All That Is Over è il frutto di un anno e mezzo trascorso a rotta di collo sui palchi di mezzo mondo, periodo vorticoso e non sempre facile in cui la band di Karla Chubb ha dovuto anche affrontare il non facile abbandono del chitarrista e fondatore Colm O’Reilly.
Prodotto ancora da Daniel Cox dei Gilla Band, è un disco se possibile ancora più rabbioso, viscerale e passionale, il cui suono si apre e si allarga a nuove espressività e influenze in maniera affatto dissimile dagli ultimi Fontaines D.C., dal garage-pop di Rage al goth-rock di Beg, dalla new wave di To The Bone e Abandon allo shoegaze dell’instant hit Better, fino all’arrangiamento tutto in crescendo della finale Desire.
A proposito di capiscuola, gli episodi più spinti vanno facilmente a collocarsi sulla scia tracciata da Idles e di recente percorsa dalle Lambrini Girls: vedi le lancinanti Need e Piece, dove si fa sentire anche l’ispirazione della prima PJ Harvey, o il singolo Descartes, in cui Chubb filosofeggia al ritmo di chitarre sferraglianti sul rapporto tra vanità e arte e il modo di leggere e capire il mondo scrivendo canzoni (“I speak, therefore I understand”).
A salvare il tutto dalla maniera e dal già sentito e far emergere la forza dei brani è proprio la personalità della leader che, oltre ad essere un’eccellente cantante (si senta il range espressivo in Something’s Gonna Happen e Coming Alive), sa riversare ed esorcizzare le ansietà sia personali che collettive, esprimendo con intelligenza, passione ed empatia la rabbia di vivere in un mondo impazzito, e la voglia di resistere.
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