Recensioni

7.3

Quando si dice il gruppo giusto al momento giusto. Le Lambrini Girls arrivano all’inizio di un anno difficile, in cui l’ipotesi di un futuro pacifico pare un miraggio e in cui diritti individuali e collettivi conquistati nell’ultimo mezzo secolo vengono messi in discussione come mai prima d’ora. A questo, naturalmente, si sommano problemi del tutto nuovi. Le rivolte razziste della scorsa estate hanno lasciato un profondo solco in Gran Bretagna. A fronte di una società civile al collasso, è fin troppo naturale che Who Let The Dogs Out si apra con il suono delle sirene e ancora una volta sembri di tornare in una Londra che brucia.

Incazzate e chiassose, ma anche divertenti ed estremamente chirurgiche nel maneggiare una retorica che non sfocia mai nello slogan sterile, le Lambrini Girls rappresentano l’evoluzione naturale di un rock britannico che da qualche tempo ha riscoperto il piacere dell’osservazione critica e del commento sociale. In questo senso, il post punk d’Oltremanica, con artisti come IDLES e Yard Act, si è dimostrato un laboratorio ideale per lo sviluppo di una nuova canzone di protesta, capace di contemplare tematiche classiche e altre figlie di una sensibilità più attuale. Il passo successivo è l’attacco frontale delle Lambrini Girls, duo di Brighton che di recente si è distinto per performance incendiarie e testi in cui temi quali razzismo, misoginia e disparità sociale vengono trattati frontalmente.

Parte del segreto sta nelle liriche della cantante e chitarrista Phoebe Lunny. Ammiratrice della poesia tagliente di Philip Larkin e di John Cooper Clark, ha una scrittura intelligente e mai pretenziosa, spesso declinata in prima persona, con cui riesce a mettere in scena situazioni realistiche, frutto dell’esperienza diretta. Oltre a questo, non le fa difetto una certa dose di black humor con cui, anche dal vivo, attacca frontalmente l’oggetto delle proprie invettive. Che si tratti di mettere alla berlina la violenza istituzionalizzata (“Officer what seems to be the problem? / Or can we only know post mortem?”), la prevaricazione dei maschi tossici travestiti da agnelli woke (“I’m onе of the nice guys/So why won’t you have sex with me?“) o che affronti temi più personali, quale il problema da disordine alimentare (“Kate Moss gives no fucks that my period has stopped / I wish I was skinny / but I’ll never be enough”), il suo sarcasmo mette a nudo storture e contraddizioni con un’efficacia esemplare.

Dal punto di vista squisitamente musicale, le due rappresentano un fronte estremamente coeso. Più che al punk di Bikini Kill e dei gruppi Riot Girrrl (a cui spesso sono state impropriamente accostate e a cui tengono a discostarsi, in virtù di una sensibilità più inclusiva) puntano a un sound veloce e possente che rimanda ai momenti più diretti degli IDLES, ma con una spiccata propensione all’anthem barricadero. Con un livello del rumore garantito dalla presenza alla regia di Daniel Fox dei Gilla Band (co-produttore dell’album assieme a Seth Manchester) la tracklist alterna siluri post punk di rara compattezza (il trittico iniziale parte a testa bassa sulla cresta di un sound minimale) a puntate nel punk rock più classico (come nel caso di No Homo e Nothing Tastes As Good As It Feels).

Le dissonanze di Special, Different rappresentano il momento più arty del disco, mentre il synth ronzante e i il funk punk demenziale di Cuntology 101 chiudono l’album con un tono più scanzonato ma non meno furente.
Tutto suona eccitante, come di solito accade alle band di talento ancora alla ricerca dei propri limiti.

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