Recensioni

6.8

Preso atto che “post-punk” è ormai un termine “ombrello” sempre meno indicativo di un genere omogeneo, utilizzato piuttosto nel solito modo in cui, in tempi passati, si sarebbe parlato di indie-rock o di alternative, salutiamo con piacere questa nuova “sensazione” post-punk di Dublino (città letteralmente in ebollizione, per la quantità di band-to-watch che sta producendo). Diciamolo subito, rispetto a formazioni come Fontaines DC e Murder Capital (ma anche Just Mustard e M(h)aol) l’angst ferina della cantante Karla Chubb, sempre ad un passo dall’iperventilazione, è più vicina a quella appassionata di una garage band, che al crooning distaccato tipico di questo (non) genere.

Lo stesso vale per i suoni. Gli Sprints sanno bene come organizzare l’orgia rumoristica nei frangenti più concitati. Uno dei canovacci più ricorrenti nei loro brani è dato dalla tensione crescente provocata dal pulsare frenetico della sezione ritmica, seguita dall’esplosione catartica delle chitarre. Peraltro, la produzione affidata a Daniel Fox della Gilla Band, oltre ad essere un marchio di garanzia, aggiunge il giusto tasso di tonalità dark e di caos controllato al risultato finale.

Su queste premesse si inseriscono i testi della Chubb ispirati a sensazioni d’ansia e alienazione: l’iniziale Tick si apre con l’incedere frenetico della cassa, a simulare un battito cardiaco accelerato, mentre Cathedral la vede esprimere il suo orgoglio di donna queer cresciuta in una società profondamente cattolica, su livide ritmiche tribali, prima che tutto intorno a lei prenda le sembianze di una sferragliante corsa a testa bassa verso il nulla.

Altrove, la Chubb si scaglia contro il sessismo dell’industria musicale (specie in Adore Adore Adore e Up & Comer), evoca gli echi di antichi e duraturi traumi (Can’t Get Enough Of It) e mette in scena la sua resistenza alle oppressive pressioni sociali (Letter To Self), mentre ad assecondarla c’è una band affiatata che sa colpire in modo chirurgico ed efferato, lasciando sempre spiragli di luce e facendo affiorare la melodia anche nei frangenti più violenti.

In questo senso il finale affidato a Literary Mind è particolarmente significativo: una canzone d’amore punk, romantica ma non autoindulgente, che si carica di elettricità e di emotività, chiudendo al meglio uno degli album più liberatori che potete ascoltare in questa prima parte dell’anno. Sta tutta qui la forza di Letter To Self: nel modo in cui descrivere la rabbia e il dolore mettendo in scena una forma di resistenza attiva, furiosa e positiva.

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