Recensioni

6.7

Per gli anglosassoni Spector, capitanati dal sensibile frontman Fred MacPherson, è arrivato il 21 agosto scorso il tempo del fatidico secondo album, Moth Boys, successore del debutto Enjoy it While It Lasts (2012). In questi undici brani di puro pop dai ritornelli catchy e ardui da scordare, il quartetto di Londra – più volte paragonato ai cugini d’oltreoceano The Killers – sfrutta la propria creatività per dar vita a melodie indie-rock funzionali per mezzo di cui testi sentiti (e cantati con il cuore in mano) tingono le atmosfere da club di un tono grigiastro parecchio uggioso (Cocktail Party).

I sintetizzatori sono i protagonisti indiscussi dell’album, un tripudio di circuiti che stavolta non è lì a condire, bensì a governare le scene di disillusione descritte dai testi. Gli Spector intendono dimostrare di essere maturati sia dal punto di vista del sound, sia da quello della scrittura, di sapersi prendere più sul serio – forse poiché maggiormente consci di sé, anche a causa della dipartita nel 2013 del chitarrista e tastierista Chris Burman – e di non temere pregiudizi sul proprio mettere talvolta il muso lungo. Non a caso il disco si apre con la traccia All The Sad Young Men di palese ispirazione 80s, la quale recita “I don’t wanna make love/I don’t wanna make plans/I don’t wanna anyone to hold my hands”.

L’elemento ricorrente della voce corposa e malinconica fa sì che l’accostamento tra MacPherson e il navigato connazionale Tom Smith sia inevitabile, soprattutto in Using e in Lately It’s You, benché gli Spector non siano esattamente prossimi all’immaginario degli Editors, ma sicuramente ben più rivolti alla disco. Gli anni Ottanta riaffiorano in Decade Of Decay insieme alla new wave – con un riff di chitarra che ricorda però alcuni pezzi firmati dagli Strokes – e in West End. La base di Kyoto Garden, dal canto suo, sembra mimare Under Your Spell dei Desire, brano racchiuso nella soundtrack della pellicola Drive.

Prendendo alla lettera il titolo dell’ormai oscurato esordio, Enjoy It While It Lasts, gli Spector possono godersi la pacchia ancora per un po’, vista la confezione di un secondo prodotto della loro carriera consigliato a un pubblico che sguazza nel pop influenzato dagli eighties, e non certo a chi considera mostri sacri Joy Division et similia. Come la falena, secondo certe simbologie indice di anelito alla luce e quindi alla divinità, la band ha cercato, riuscendoci, di superarsi, per raggiungere una condizione migliore. In futuro, chissà.

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