Recensioni

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Assiepati attorno al quadrato, gli astanti sbadigliano. Nei loro sguardi la speranza che quella conta dei cazzotti arrivi presto e tolga dagli occhi la noia d’uno spettacolo che non ha più nulla da offrire, se non il goffo incrociarsi degli arti e lo scricchiolante flettersi delle ginocchia. È un vecchio match pugilistico quello che si sta perpetuando, ripetendo, autoreferenziando: abbandonato ogni possibile KO, l’unico modo per stabilire un vincitore è quello di dimenticare veramente che ne esista uno. Una sfida iniziata da poco più di un ora che sembra lì da mesi, anni, secoli …insomma un’eternità, come eterno è (lo è sempre stato) il conflitto tra il bene il male, tra l’autentico e il falso. Nulla si crea e nulla si distrugge davvero, tutto si trasforma e s’adatta a un contesto, a una moda, a una “scena” giocata sulla tastiera, a colpi di mouse. E in un mondo dove i Bowie possiedono azioni stampigliate con le copertine di Ziggy Stardust, Heroes e Let’s Dance, pure il furto dal fornaio sottocasa è pratica consueta e neanche la nonna ha più nulla da dire a riguardo. Nero o fiscale, basta far girare il linguaggio, l’articolazione della parola. E fatela girare allora questa bella comunicazione e con essa un sempre più misero gruzzoletto di carta straccia d’euro e uno sputacchio di fama.

The Editors: chi ha letto le riviste specializzate in questo autunno – al solito gremito di paladini, originali e ispirati musicisti, una bella classe di primi, reale e interessante, perché i ragazzi di oggi, si dice, sono più svegli e smaliziati (…mica come Ramazzotti) – non potrà non aver compreso che questi giovani-vecchi di Birmingham all’esordio discografico assomigliano un po’ agli Interpol. Giusto un po’ però.

L’album s’intitola The Back Room. I titoli delle canzoni si recitano così: Lights, Munich, Fall, Distance. E pure i testi non sono da meno: “Million Things To Say… … All Sparks Will Burn Out In The End… The Lens Of A Camera…”. Max Collini: “la scaletta è vergognosa”. E come sono le chitarre? Non originali, ma frizzanti: tintinnii di accordi ostinati, svirgolate psych à la The Edge. La voce? Beh, l’intonazione è di quelle dark-romantic tra il crepuscolo e l’alba, con quelle “e” tirate a vampiro dove non manca un debole per Dave Gahan (Fall), con i synth a fare da cameo insieme agli incensi di Cure e Echo and The Bunnymen.

Se accettiamo la mancanza d’originalità e la noncuranza per la citazione sfrontata (perpetuata non proprio per ideologia, ma per convenienza), il melasso crooning (chè davvero la formula giovani+disicanto+dark romantic è logora che più di così non se ne può più…) e una fantasia che – per rispetto – definiremo “di genere”, ecco allora una manciata di tracce d’orecchiabile pvc.

Se gli Interpol hanno avuto il merito di trasformare la claustrofobia di Curtis in una compatta e stilosa variante newyorchese che non contempla il suicidio, gli Editors ne ripercorrono i passi aggiungendo veramente poco di significativo e togliendo molto a quel feeling di sincera dedizione (e trepidazione) che da sempre caratterizza il percorso di Paul Banks e Co. Ciò che comunque dispiace maggiormente è una papabile vena radiofonica che toglie ogni poesia, ma farà dire: “assomigliano a … tuttavia hanno il loro perché”. In fin dei conti è una questione di prospettiva: per ora, per poco, l’infisso reggerà

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