Recensioni

Proprio mentre celebrano i quarant’anni di carriera alla loro
maniera – una serie di concerti londinesi in cui ripropongono, serata
dopo serata, ciascuno dei loro album -, Ron e Russell Mael danno alle
stampe il n°21 della serie. Tutto un programma già dal titolo, Exotic Creatures Of The Deepsi propone di riconnettere i “terribili” fratelli americani al glorioso
passato dei ’70 e ‘80, quando i due erano capaci di produrre a getto
canzoni pop intelligenti, sarcastiche, umoristiche, semplicemente
geniali.
Impossibile però dare un colpo di spugna alle sperimentazioni
barocche di Lil’ Beethoven (2002) e Hello Young Lovers (2006)
– è bene ricordarlo, una svolta clamorosa per un act con così tanti
anni alle spalle -; e così le nuove canzoni ondeggiano fra una
rinnovata effervescenza pop-rock kitsch, ammiccante e provocante, e
un’indulgenza reiterata verso le trovate orchestrali degli album
citati, di cui riprendono per buona parte i motivi classicheggianti e
operistici.
E’ una piacevolissima sorpresa ritrovare un singolo tipicamente Sparks del calibro di Good Morning (dove Russell rispolvera perfino il falsetto dei tempi d’oro), o ambientazioni hard-glam à la Kimono My House nell’ineffabile Lighten Up Morrissey (altra highlight), o certe raffinatezze retro di Indiscreet in Strange Animal, financo uno spassoso spoof dell’electro pop sexy e glitterato à la Minogue in I Can’t Believe That You Would Fall For All The Crap In This Song.
Il resto avrebbe benissimo potuto trovarsi nei due long playing
precedenti, di cui vengono ricalcati anche i clichè più deleteri (le
sfiancanti Let The Monkey Drive e She Got Me Pregnant).
Niente che sia facile sentire in giro, in ogni caso: gli Sparks
continuano a restare – e non potrebbe essere altrimenti – unici,
totalmente alieni.
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