Recensioni
Teatro Verdi Firenze
Massimo Zamboni, Angela Baraldi
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Giulio Pasquali
- 23 Novembre 2017

Tra i numerosi spettacoli e tour coi quali Massimo Zamboni ha rivisto, celebrato o ripreso il passato della sua carriera (Trent’anni di Ortodossia, Solo una terapia – dai CCCP all’estinzione, i post-CSI col Breviario partigiano, i 25 anni di Epica… e quelli di Maciste contro tutti…) questa celebrazione, allestita anche con l’aiuto di un crowdfunding, era quella davvero inevitabile almeno per chi fondò i CCCP e, alla dissoluzione dell’URSS, passò a fondare i CSI. Il suo è un tornare, nel centenario dell’Ottobre Rosso, su un evento che ha cambiato il mondo su grande scala ma anche nel quotidiano di molti (come ampiamente espresso nella sua opera e non solo nella sua) per farne un bilancio, dialogarci, cercare di capire cosa resta di quell’esperienza e delle sue ricadute locali (specialmente nella terra d’origine), e, allo stesso tempo, riflettere sulla propria opera, che aveva usato quell’esperienza come linguaggio e come termine di confronto per ragionare sul mondo (anche guardando alle sue dialettiche tra zone e annessi modelli di vita ad analizzarne contrapposizioni, distanze ed eventuali, possibili punti di contatto).
Quella dei CCCP fu un’operazione originalissima e articolata, di non immediata comprensione anche a causa dell’ironia e della provocazione che complicavano deliberatamente i piani di lettura: «noi non siamo di sinistra, semmai lo siamo stati: scegliamo il modello sovietico in alternativa ai lustrini dell’Occidente», dicevano, anche se poi ovviamente di sinistra lo erano davvero ma in una mescolanza inaudita di ortodossia sovietica, punk, mondo emiliano e spiritualità – un modo moderno di essere “rossi”, ben diffuso nel post-’68 anche se mai espresso artisticamente (non così, almeno). E anche l’ortodossia c’era fino a un certo punto, visto che, a un’analisi attenta dei testi dei CCCP prima e dei CSI poi, nonché dei materiali annessi quali volantini e comunicati contenuti nei dischi, risulta più comprensibile come certe svolte ferrettiane non siano arrivate proprio a ciel sereno. L’intelligenza non nascondeva i problemi che, anche a non voler interpretare la caduta del Muro come una sentenza inappellabile, comunque c’erano, e lo slancio era anche quello di superarli. Non si parla quindi solo di ciò che resta di quell’esperienza e di quel movimento cento anni dopo, ma è in discussione anche lo sguardo rivolto ad esso da Zamboni in tanti anni e il modo in cui, per crescita ed evoluzione personali e per cambiamenti storici immani, è cambiato nel tempo della sua lunga carriera.
La scenografia dello spettacolo è fatta di tribune in cui i musicisti sono collocati come delegati a un congresso, con pochi occasionali movimenti verso il proscenio, con un’alternanza di canzoni (la maggior parte), occasionali recitati, filmati d’epoca (e a un certo punto anche la voce dello stesso Lenin) e i musicisti e i cantanti coi quali il Nostro collabora da un po’, tra cui Angela Baraldi, il Fatur ritrovato già da qualche anno e un Max Collini a suo agio a ripercorrere le canzoni e l’immaginario che l’hanno formato. Il concerto cerca dunque di ripercorrere questa storia attraverso le canzoni della carriera di Zamboni, cui si aggiungono brani sia di John Reed (che raccontò la rivoluzione del 1917 ne I dieci giorni che sconvolsero il mondo) che dello stesso Collini, partendo con Manifesto, il cui testo dà il titolo allo spettacolo: «I soviet più elettricità / non fanno il comunismo/ anche se è un dato di fatto / che a Stalingrado non passano» sono versi che già rivelano un rapporto con l’esperienza sovietica fatto, allo stesso tempo, di adesione e perplessità. Accanto a classici come Fedeli alla Linea, Militanz, Radio Kabul, Cupe vampe, Live in Pankow, c’è spazio per Palazzo Masdoni degli Offlaga, per Quasi tutti dello Zamboni solista, per Breviario partigiano e per rarità come Spia delle cooperative (inedita) e un’intensa Guerra e pace (il lato B di Oh battagliero!, nientemeno).
Mentre Fatur passeggia giocando con frammenti di oggetti non più riconoscibili, e rappresenta quell’umanità primordiale e inconsapevole sulla quale la storia passa senza che essa se ne renda conto (cogliendo dei grandi eventi appunto solo rottami indecifrabili), musicalmente Zamboni più i quattro (Erik Montanari, Simone Filippi e Cristiano Roversi al suo fianco da un po’, più il nuovo Simone Beneventi) svolgono egregiamente il loro dovere, sia quando c’è bisogno di energia sia in una Cupe vampe rallentata e privata della baldanza dell’originale e della parte finale. Rimane il problema prevedibile e già emerso nelle varie celebrazioni di cui dicevamo all’inizio, ovvero la voce: troppo unica quella di Ferretti, troppo legati ad essa i suoi testi. Angela Baraldi è brava ma un po’ troppo rock, Zamboni si era comportato bene su Del mondo coi post-CSI e talvolta nei suoi dischi da solo (dove però ovviamente era meglio quando chiamava Lalli e Nada), meno stasera; meglio Collini, che si rivela cantante apprezzabile, ma rimpiazzare quella voce è impossibile, anche se è solo un aspetto del complesso dello spettacolo.
Più che altro, mentre scorrono le canzoni, i filmati, i brani recitati e le frasi sugli schermi, sorge il dubbio che questo spettacolo sia più un funerale che non una celebrazione: dell’Ottobre si racconta il freddo, i disagi, i palazzi svenduti, gli escrementi per le strade, le pretese dei sovietici di essere l’inizio di tutto (e la frase con cui lo spettacolo si apre appartiene alla vedova del poeta Osip Mandel’stam, una delle vittime illustri del terrore staliniano). Dell’Ottobre non si loda nemmeno più l’austerità che piaceva ai tempi dei CCCP. Poi sugli schermi passa anche la frase di Pasolini in cui il poeta diceva senza tante sfumature che il PCI era la parte sana e giusta di un paese malato e sbagliato, ci sono Manifesto e Breviario partigiano, ma ci si chiede se fin dall’inizio, dai CCCP, non fossero più le perplessità che gli entusiasmi verso tutto il complesso dell’esperienza comunista. Insomma, ci si chiede se non fossero tutte «canzoni anticomuniste cantate col pugno chiuso e le lacrime agli occhi», per citare le parole con le quali Ferretti descrisse Unità di produzione ai tempi della sua uscita.
E infatti è proprio quella la penultima canzone della serata, cosa che rafforza l’impressione appena descritta; poi però a concludere arriva, maestosa, A ja ljulblju SSSR, che ribadisce che pur negli errori e nelle storture, «anche se non funziona», «non si svende», semmai ci si confronta a muso duro e senza sconti; che questo percorso raccontato tra canzoni e testi è la storia di un dialogo, come dicevamo all’inizio, il tentativo di cercare un senso generale del destino umano attraverso un’esperienza storica che ha segnato circa 150 anni del pianeta e che ancora non è spenta, ancora richiede riflessione; e alla fine va ricordato, come ha detto lo stesso Zamboni in una bella intervista a rockit.it, che «ci sono parole d’ordine dietro che non possiamo scordare». E allora la frase di Nadezda Mandel’stam in apertura, «Bisogna parlare sempre delle stesse cose, finché non venga a galla ogni sventura e ogni lacrima, finché non diventino chiare le ragioni di ciò che è stato e continua ad essere», forse è lì per essere intesa in un senso più ampio, ovvero come la necessità di un confronto continuo, imperfetto e ondivago, come risulta da questa scaletta e com’è inevitabile che sia in quanto umano – e “umano” era l’elogio più grande che Vladimir Majakovskij rivolgeva a Lenin nel poema a lui dedicato.
Nei comizi i dubbi sono assenti quasi per definizione, mentre in questo “comizio musicale” ce ne sono tanti: anche questa è un’idea rivoluzionaria, o per lo meno originale.
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