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7.2

Rispetto al ghigno affranto ma combattivo di Sorella Sconfitta, questa seconda opera solista di Massimo Zamboni – non considerando la soundtrack per L’orizzonte degli eventi del 2005 – è pervasa di una strana energia trattenuta, pur sempre inquieta ma ferma, a suo modo forte. Imbattibile, appunto. È, se volete, il rinculo della sconfitta, che tra le mani di chi si vuole inerme diventa una pistola inceppata, un ordigno-simulacro, simbolo di rinnovata condizione esistenziale. Un disco che è un viaggio che è diventato un documentario e un libro, le tre entità vicendevolmente fortificatesi lungo il percorso a tratteggiare la figura di un artista in espansione così come la vita che da figlio schivo lo ha reso padre bisognoso di prendersi carico di futuro. Di un futuro. A partire dal presente, eretto sulle macerie di un passato ancora fresco di dolore. Mostar, la città spezzata e poi riunita senza ricomporre la frattura. Che col tempo, con le generazioni, sotto la trama del quotidiano, tenta di rinsaldarsi.

Non abbiamo parlato molto di musica, non ancora. Ma la musica è d’altronde solo una parte di questo progetto che s’incarica – già – di ripartire dalla memoria irrisolta di quel famoso doppio concerto dei CSI a Mostar, anno 1998. Per scoprirsi dentro un senso di ripartenza che non sa scendere a patti col passato, che non sa scordare ma non può permettersi di ricordare. Da cui accetti l’unica lezione possibile: che ci vuole la vita per amare la vita. Questo sanno Dario, Nedim e Nedzad, i tre testimoni de Il tuffo della rondine (il film-documentario di cui sopra, regia di Stefano Savona su soggetto di Zamboni), tre reduci vivi dall’insensata barbarie ad un’ora di volo da qui. La musica va considerata a partire da questo “impegno”, una carrellata di ballate fosche che pescano inevitabilmente dal canone CSI, barattato però il sacro furore con una tensione tenace ma pacificata (vedi Prove tecniche di resurrezione e soprattutto Quando se non ora), concedendosi electro-dark metabolizzato (Don’t Forget) e vischiosi indugi etno-wave stemperati trip-hop (L’ovvio diritto al nucleare di una vergine iraniana).

Elettronica, percussioni, chitarre preparate (un plauso al lavoro di Saro Cosentino). Però il segno caratteristico del lavoro è la voce di Zamboni, che è cresciuto tanto da misurarsi coi propri limiti senza timore, esponendosi al canto in quasi tutte le tracce (pure se lo aiutano tra gli altri la solita impagabile Nada, la soprano Marina Parente e l’eccellente Nabil Salameh). Non è la sua specialità, ma si spende con una generosità che gli permette di ricordare ora il Godano più cisposo (soprattutto in Nel mattino estremo), ora la crudezza ieratica di certo De André (ne L’ovvio diritto al nucleare…) e ora – udite! – il Ferretti livido altezza Co.dex (in Cranja).

La scrittura non sempre eccelle, talora si appoggia prevedibilmente al repertorio, ma almeno la contro-preghiera di Gloria gracile (col delirante ritornello a cura della Parente) e la trepidazione indolenzita di Rivolta cranica (infarcita di baluginii Air e caligini David Sylvian) non danno adito a rimpianti. Curioso poi come qua e là sembri affiorare la memoria omeopatica di Happiness Is A Warm Gun, evidente in coda a Quasi tutti: fosse voluto – ma non lo è – il parallelo “poetico” sarebbe geniale.

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