Recensioni

6.8

Comincia con un mezzo inganno, questo nuovo disco dei Sophia, la band di Robin Proper-Sheppard. Quell’intro di synth dell’opener Strange Attractor fa pensare a una svolta 80s che in realtà già dal secondo minuto si smaterializza in un indie rock/pop più nelle corde del suo autore. Composto dopo il fortunato tour seguito al precedente As We Make Our Way (Unknown Harbours) (2016), questo settimo disco è una conferma (l’ennesima) della buonissima vena cantautorale dell’ex God Machine. La cui cifra, tutto sommato, in venticinque anni o giù di lì, è cambiata poco: brani che raccontano tormenti interiori, atmosfere scure e cariche di emotività che si allargano in slo-mo, piccole pozze di sangue che colano come ferite dell’animo.

Il tema, pare fin dal titolo, si risolve nell’incompatibilità tra spinte umane, fin troppo umane: voler liberarsi nell’incapacità di recidere i lacci che ci tengono legati. Un’empasse spirituale che si traduce nell’ennesimo ritorno nello stesso punto, tra promesse e bugie (Undone. Again), in un’attesa sottolineata dal sassofono notturno di Terry Edwards (Alive), ricordi agrodolci (la ballad Avalon) e una rabbia che finisce per esplodere (la oh-so-nineties – che cita il grunge – We See You (Taking Aim)).

Robin Proper-Sheppard ha messo su una vera e propria band per registrare questo disco (Sander Verstraete, Jesse Maes e Bert Vliegen, nonché il batterista e percussionista Jeff Townsin), ma rimane saldamente al comando di una proposta musicale personale molto ben definita, dalla quale non si sposta mai poi molto. È tutto ben scritto, ben suonato, a conferma del talento di tutti i personaggi coinvolti: farà piacere ai nostalgici dell’indie con i capelli brizzolati, potrebbe attrarre qualche giovane massimalista.

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