Recensioni

Con due album in studio all’attivo (Fixed Water del 1996 e The Infinite Circle del 1998), Robin Proper-Sheppard – nato a san Diego ma oramai trasferitosi a Londra – si ripresenta con quella che può essere considerata l’opera migliore della sua personalissima formazione, nonché la prova più adulta e ricca di idee: People are like Seasons. L’album, che esce a circa due anni da De Nachten (un live album) e a sei dall’ultimo lavoro in studio, conclude un periodo costellato da eventi affettivi molto dolorosi che stavano per risolversi nel ritiro dalle scene del cantautore americano. Fortunatamente, superata la perdita della madre e ricucita in qualche modo la ferita sempre aperta di Jimmy Fernadez (morto di tumore al cervello nel 1994), Sheppard ha trovato coraggio nella passione e questa interessante collezione di canzoni, dai tratti vieppiù limpidi e efficaci, ne è la testimonianza.
A differenza delle realizzazioni precedenti, in cui l’ex God Machine cercava di dare sfogo alla propria sofferenza mediante composizioni sincere ma spesso troppo autocommiserevoli, disarmanti e bellissime ma anche zeppe di cliché e luoghi comuni, tra ideali traditi (“I think I lost another friend today“) e debole disincanto (“I say goodbye to my friends some I’ve known for years“), People are like Seasons è un album che convince fin dalle prime note tanto da far dimenticare lo strazio di “Are You Happy Now?” e “Loosing My Direction”. Il registro è cambiato: la voce, più nasale e metallica (nell’aria c’è un vago ricordo di Stan Ridgway) risulta più abile nell’assorbire sentimenti espressi con maggiore proprietà di linguaggio mentre refrain dylaniani (Fool) alternano classicità e retrogusti da metal ballad anni ’80 (non siamo impazziti ndr.). In ogni caso, nessun sudario e nessuna pretesa ultracomunicativa, Sheppard compone brani mid-tempos canticchiabili al primo ascolto (Swept Back), canzoni in grado di azzardare soluzioni pop-wave (Oh, My Love), ambienti cyber-hard rock à la Trent Reznor/Chris Cornell (Darkness) e riff impetuosi all’insegna di un hard-rock’n’roll stoogeiano (If a Change Is Gonna Come). Tuttavia sono le ballate come Swore To Myself (lento dylaniano in quattro quarti per pianoforte e batteria à la Charlie Watts) e Holidays Are Nice (un must da iscrivere nel manuale delle canzoni da cantare tra amici) a dominare questo pregevole lavoro.
Sheppard ha dato prova di sensibilità e maturazione non lontane da quel Micheal Gira che tutti conoscono, ciò nonostante tra i due cantautori c’ è un scarto in più versanti. </
Amazon
