Recensioni

Almeno una sicurezza al momento ce l’abbiamo: c’è sempre meno bisogno di nuovi trend e dell’ennesimo hype quando c’è ancora in giro gente come Robin Proper Sheppard. Perché abbiamo semplicemente bisogno di buoni dischi, di cose che scivolano miracolosamente al loro posto. E se qualcuno era rimasto un po’ scottato dal precedente People Are Like Seasons dovrà mettersi il cuore in pace: quei God Machine non ci sono più, ed è rimasto poco anche di Fixed Water e di The Infinite Circle. Eppure la prima cosa che ci dice Technology Won’t Save Us è proprio questa: quel poco che è rimasto è ancora molto.
Non era così semplice plasmare/purificare la ridondante massa melodica del precedente album dentro queste dieci canzoni, che pure ci dicono molto fin dall’omonimo pezzo strumentale all’inizio del disco. Le orchestrazioni e gli arrangiamenti non sono mai ridondanti: violini e fiati s’integrano alla perfezione col resto, così che si passa senza traumi dalle atmosfere cinematiche di Twilight At The Hotel Moscow a Weightless che potrebbe essere quasi un pezzo degli ultimi Hood.
Per il resto è il cantautorato pop a farla da padrone, a partire dagli orecchiabilissimi refrain di Pace, Where Are You Know e P.1/P.2 (Cherry Trees And Debt Collectors) fino ai sospiri di Big City Rot e al crescendo di Birds. Per una volta è bello non fare troppi nomi o accostamenti, dimenticare per un attimo i God Machine (anche se quelle chitarre di Theme For The May Queen No. 3…) e lasciare Robin esattamente al centro del mondo che ha deciso di costruirsi intorno.
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