Recensioni

6.8

Nel fitto panorama post-punk europeo, i belgi SONS si erano guadagnati spazio a colpi di garage rock abrasivo e senza compromessi. Con Hallo, però, le carte si rimescolano: le chitarre partono spesso pulite per poi deflagrare, la grinta non manca ma è più controllata, quasi pop. L’energia slabbrata che ricordava gli Hives ora si avvicina di più agli shame, mentre certe atmosfere sconfinano nel goth-rock britannico, con un occhio ai connazionali Whispering Sons.

La transizione porta anche la firma del produttore David McCracken (dEUS, Ian Brown), che ha spinto la band fuori dalla propria comfort zone ribaltando il processo creativo: i testi – incentrati su ansie generazionali come connessione digitale, solitudine urbana e ricerca di autenticità – diventano la base su cui si costruisce il suono.

Il risultato non perde energia, ma la rende più affilata: meno cazzotti, più stoccate. La furia è ora controllata, come dimostra Do My Thing, un Y2K fatto di rock ballabile à la Wombats o Kaiser Chiefs aggiornato al basso cavernoso degli Idles, lungo la via maestra dei Cure di 17 Seconds. Una tensione nervosa che resta tipica della band e che qui trova nuova forma in un gioco di volumi e dinamiche in un personale revival della Modern Age che fu.

C’è da dire che quando non suonano generici (Bakala) o come una college band che non ha tanto da dire (All Good, Big Mouth), i SONS sono perfettamente a fuoco, specie sul loro terreno elettivo, più cupo e mitteleuropeo (I’m Tired, Once And For All).

Dopo due album a trazione garage, il fresco Family Dinner (Virgin, 2019) e Sweet Boy (PIAS, 2022), che già avviava la rifinitura della formula, Hallo fotografa una band che sta ancora imparando a conoscersi. È probabilmente il disco più riuscito dei tre, ma manca ancora quel passo decisivo per dimostrare che si può essere viscerali e intelligenti allo stesso tempo.

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