Recensioni

Forti di una fama consolidata da una compilation (Your favorite new band, 2002, per la Poptones di Alan McGee) e da concerti in lungo e in largo tra Europa e States (a fianco di International Noise Conspiracy ed Hellacopters e sui palchi prestigiosi di Reading e Leeds), gli Hives si ripresentano con questo Tyrannosaurus Hives; una prova difficile, specie se si considera l’indigestione di rock and roll seguita a Veni vidi vicious.
Dopo che gli Strokes hanno fallito miseramente la seconda prova, i White Stripes sono diventati un vero e proprio cult (grazie soprattutto alla forte personalità del leader Jack White) e nel frattempo una pletora di band-cloni tartassa il mercato discografico con infinite variazioni sul tema (Von Bondies, Ikara Colt, Jet, Warlocks e tanti tanti altri), come possono gli Hives, a sette anni dagli esordi, uscire da questo vicolo cieco?
La risposta è più che semplice: continuando a fare del “sano” rock and roll, giocando ironicamente sul loro status di “dinosauri” (cfr. il titolo), cercando tuttavia di allargare i propri orizzonti pur non uscendo dal seminato. Il minuto e mezzo iniziale di Abra Cadaver è una dichiarazione di intenti: se lo stampino resta il caro vecchio garage, la materia viene plasmata più accuratamente, con un occhio di riguardo alla new wave nell’introdurre cadenze robotiche, effetti per chitarra e synth spaziali; nelle intenzioni, non siamo troppo lontani dalle reinvenzioni di Black Francis in Trompe le monde.
Così, Two timing touch and broken presenta un arrangiamento e una struttura più varia; B for brutus ha l’incedere buffonesco dei Fall; Love in plaster è una maniacalità Devo con un riff morriconiano nel chorus; A little more for little you alterna il boogie degli Stones al punk corale.
Non mancano i classici pezzi da pogo, come See through head (quasi ska-core), Missing link (obliqua e saltellante), Dead quote olympics, No pun intended e Antidote (infarcite dei soliti riferimenti Clash); meritano menzione a parte il singolo Walk idiot walk, segnato da un riff incisivo alla Keith Richards e tutto giocato sulla sezione ritmica e la voce, con le chitarre a fare da contorno, e la ballad in stile 50’s Diabolic scheme, con Pelle che fa il verso al Jagger/Steven Tyler più indemoniato, con azzeccati interventi orchestrali e uno spastico e parodistico assolo di chitarra a completare il quadretto.
A conti fatti, nonostante i nuovi abiti e alcune zampate di classe, gli Hives non riescono a fare a meno di essere gli Hives. Un altro disco per pogare ed ancheggiare senza troppi pensieri, che però rischia di accontentare anche i palati più fini. Comunque sia, avanti il prossimo.
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