Recensioni

“Noi siamo i Placebo dal Regno Unito. Non credete alla stampa, siamo a tutti gli effetti una band europea”. Si presentano così i Placebo alla prima di cinque date italiane che toccheranno il nostro paese anche presso Lucca (il 13), Imola (il 14), Matera (il 16) e Piazzola Sul Brenta (il 18). La reggia settecentesca della Palazzina di caccia di Stupingi è fra le location più affascinanti in circolazione. Progettata dall’architetto Filippo Juvarra, è servita a lungo come residenza venatoria per i Savoia ed è diventata patrimonio dell’UNESCO nel 1997. Dal 2018 ospita il Sonic Park, che ha portato sul palco artisti di altissimo spessore, dai Deep Purple ai King Crimson, da Nick Mason a Ben Harper.
Poco prima dell’inzio del concerto, la voce di Molko, prontamente tradotta in italiano, pregai fan di non passare il tempo a registrare video o scattare fotografie del concerto. Il che si sarebbe tradotto, durante il loro set, in un controllo capillare da parte del personale dello staff del festival. Scelta – noi crediamo – apprezzabile, soprattutto perché motivata bene dalla band londinese che vuole creare un momento di unione e trascendenza con il suo pubblico, consapevoli dell’unicità e irripetibilità che l’evento-concerto rappresenta.
“And there’s one more thing I have to say in Italian” aggiunge poco dopo Molko: “Giorgia Meloni, fascista razzista pezzo di m…a, vaff…o!”. Dei problemi alla voce accusati lo scorso inverno e che li portarono ad annullare alcune date, non se ne avverte neanche l’ombra. I Placebo, in formazione allargata, vestiti di un bianco Wimbledon, suonano convinti e limpidi come non mai. È un suono rotondo, quello che esce dai loro amplificatori, purissimo sia dal punto di vista vocale che da quello dell’unione degli strumenti.

Dall’abbandono del batterista storico Steve Hewitt, Molko e Olsdal hanno voluto (più che dovuto) reinventarsi, cercando di aggiornare la loro immagine (come si spiegano altrimenti i baffetti alla D’Artagnan di Molko?) e la loro dignità discografica. Si può dire che la dimensione live sia quella in cui i Placebo provano a mettere d’accordo nuovi e vecchi fan. E anzi, provano a convincere quelli più vecchi della validità della loro proposta attuale. Dei 19 brani in setlist, ben 9 sono dell’ultimo (buono) Never Let Me Go, e altri 2 del penultimo (meno buono) Loud Like Love. Per fortuna, l’ultimo lavoro – uscito a marzo – “è un tentativo concreto e quasi del tutto riuscito di vincere l’apatia e cambiare pure qualche carta in tavola”. Intanto, c’è un approccio fra il politico e il sociale (“Trans Rights are Human Rights” urlerà verso la fine Molko) che è travestito dall’ironia pungente di Too Many Friends (“sulla mancanza di privacy e dei “troppi amici” sui social media”), dall’atmosfera claustrofobica degna del Gary Numan più recente e dei Nine Inch Nails di Surrounded By Spies.
Poi ci sono i momenti più ariosi, liberatori, come i singoli Beautiful James e la (fin troppo) Cure – derivata (ricordate Inbetween Days?) Try Better Next Time. Per i vecchi fan, c’è da aspettare il sesto pezzo, Bionic (tratto dall’omonimo album del 1996) e, soprattutto, il finale del set con una sfilza di tre brani per cuori forti: A Song To Say Goodbye, Bitter End e Infra-Red. L’encore è affidato a due cover di spessore: quella di Shout dei Tears for Fears, versione più cupa, ma pur sempre fedele all’originale e in linea col momento politico che la band sta attraversando (si riferisce ai movimenti di protesta degli anni 80); e Running Up That Hill, brano che – non c’è bisogno di ricordarlo – sta vivendo una seconda giovinezza, ma che i Placebo già avevano coverizzato nei primi Duemila. I brani assenti in scaletta si fanno sentire forti e chiari (Every Me And Every You, Special K, Pure Morning e molti altri…), ma è evidente che non siano materiale per questo tour.

Alla fine rimane da chiedersi se i Placebo siano ancora una band rilevante per il panorama musicale contemporaneo. La scelta di orientare il live quasi esclusivamente su pezzi nuovi fa pensare che il duo londinese abbia ancora voglia di farsi conoscere e modellare l’opinione dei fan vecchi e nuovi. La troviamo una scelta apprezzabile, pur consapevoli che sono lontani i momenti di massima creatività del loro songwriting. Dal vivo, però, suonano ancora da dio e la riproposizione live dei pezzi del nuovo disco è impeccabile. Che sia l’inizio di una nuova giovinezza?
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