Recensioni

Controversi. Tra i tanti che verrebbero in mente, è l’aggettivo che in tutta probabilità calza meglio ai Placebo. Una band che ha sempre sbandierato una spiccata attitudine indie – tanto da meritarsi la stima di gente come Frank Black, Robert Smith e Michael Stipe – e al contempo ha coltivato un’inequivocabile propensione verso il commerciale; cosa che ha loro assicurato, a partire dal presunto glam-revival (avvenuto ai tempi del – toh! – controverso film Velvet Goldmine, con il beneplacito di sua maestà David Bowie), un notevole successo di pubblico e, almeno per quanto riguarda gli esordi, di critica.
Nessun stupore quindi se, a differenza di tanti colleghi arrivati al giro di boa dei dieci anni di attività, Brian Molko e compagni accuseranno difficilmente acciacchi, potendo contare sulla benedizione del gotha del rock e di uno zoccolo duro di fedelissimi pronti a seguirli ovunque. E’ anche prevedibile che questo Meds, quinto album della formazione inglese, incontrerà il quasi totale consenso dei soliti appassionati, e forse riuscirà a ricucire qualche strappo con i delusi dei Placebo pre-Black Market Music.
Nello specifico, il disco riesce a fare appena meglio del precedente Sleeping With Ghosts, recuperando la propulsione chitarristica del primo stile in episodi gradevoli come Meds (con VV dei Kills), Drag e il singolo Because I Want You; merito forse della produzione di Dimitri Tikovoi , che conferisce indubbia freschezza anche a Infra Red, potenziale hit dal ritornello implacabile, e Song to Say Goodbye, altro single che vive di efficaci atmosfere Cure. Ma non basta, perché purtroppo Molko e soci non sanno rinunciare a quel sound finto-futuristico in stile NIN che ha contaminato le loro produzioni recenti (vedi Blind, Space Monkey, One of a Kind, Post Blue, a metà tra The Crow O.S.T. e i Muse). Meglio tacere sulla comparsata del leader dei R.E.M. in Broken Promise (viene quasi da pensare che il calo di Around The Sun non sia stato un caso isolato…), mentre appena meglio fanno Follow The Cops Back Home, con le sue reminiscenze di Without You I’m Nothing) e In The Cold Light Of Morning , che rievoca addirittura il Bowie tetro e oscuro di The Man Who Sold The World.
Sarebbe anche un buon disco a metà, questo Meds. Il vero problema – volendolo considerare come tale – è che Brian Molko sembra ormai fermamente intenzionato a fare dei suoi limiti (in primis di scrittura) una virtù. Come il suo maestro Robert Smith, un eterno Peter Pan che non si stancherà di cantare sempre la stessa canzone.
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