Recensioni
Songs: Ohia
Love & Work: The Lioness Sessions
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Stefano Solventi
- 27 Novembre 2018

Jason Molina ci apparve come un fantasma indolenzito. L’impatto fu lancinante malgrado la calligrafia scarnificata, quel passo che se lo definisci malinconico stai mettendo parecchio zucchero sulla medicina. “Affranto” è un termine più adatto, sì, eppure non direi afflitto, di certo non arreso, la scintilla della passione tenuta dritta come una lanterna a illuminare il cammino da coprire ballata dopo ballata. Di lui i più attenti sentirono parlare nel ‘99 con Axxess & Ace, terzo album a firma Songs: Ohia, moniker che a quanto pare aveva adottato sfruttando la scritta (storpiata) su un nastro contenente i suoi provini: significherebbe quindi, più o meno, “canzoni del tipo dell’Ohio”, ma ci sono altre interpretazioni, tipo che derivi da Ōhi’a lehua, un fiore endemico delle Hawaii appartenente alla classe magnoliposida. La stessa delle magnolie, già. Ma andiamo oltre.
Pupillo di Will Oldham, un altro che prediligeva le ballate tristi e gli pseudonimi, Molina aveva già fatto capire d’essere un autore fertilissimo, capace di mettere qualità in ogni pezzo e di stabilire con disarmante naturalezza connessioni tra il versante più cupo del folk Americano e la dispersione estetica/emotiva di ascendenza post-rock (Gastr Del Sol, For Carnation) e dintorni (Dakota Suite, Red House Painters). Tali affinità lo portarono a stringere una strana alleanza europea, anzi scozzese, con Alasdair Roberts e con i due Arab Strap, Aidan Moffat e David Gow. Assieme a loro lavorò – sul finire del 1999, quindi all’estremo crepuscolo del decennio/secolo/millennio – a The Lioness, come dire a una mediazione tra due tipi di oscurità affini ma diverse: suonava più scopertamente afflitta quella di Molina, una specie di ferita che mostrava spesso segni di cattiva cicatrizzazione, mentre gli scozzesi mettevano sul piatto una maggiore padronanaza del gioco, la capacità di sublimare entro atmosfere cinematiche – o, se preferite, noir – la narrazione dello sgranarsi cupo dei sentimenti. Ferma restando la tensione tra distanza continentale e vicinanza emotiva delle rispettive radici sonore e culturali, e sia pur con alcuni contrasti, la collaborazione funzionò. Funzionò benissimo.
In The Lioness la calligrafia di Molina si stempera in una caligine amniotica che unifica le nove tracce in programma, le rende parti di uno stesso discorso, immersione notturna in un liquido denso nel quale sprofondare, lasciarti consumare dalla febbre dei sentimenti, dal loro intrico di conflitti e tumulti senza soluzione. La cassetta degli attrezzi è scarna, ma ogni elemento è assertivo: l’organo, la batteria (asciutta, anzi rigorosa), la chitarra che accompagna e rilascia cartigli come incandescenze nel buio. Ingrediente decisivo tra gli altri è, certo, la voce di Jason: un canto che è correlativo oggettivo e frequenza portante, attore e vittima, il perno emotivo di una struttura che proprio della voce sembra una proiezione necessaria. Se in Axxess & Ace la scrittura di Molina prendeva vita spigolosa, tormentata, disposta a slanci e incandescenze, come se volesse far implodere nel quotidiano – ricollocandolo ad altezza marciapiedi e stamberghe da working poor – lo stesso sentire gotico e popular che muoveva l’Americana crepuscolare dei Bonnie Prince Billy, degli Sparklehorse, dei Black Heart Procession, in The Lioness tutto sembra coagulare in una dimensione pseudo-teatrale, in un “luogo” simbolico che coincide col campo di battaglia tra l’anima – con le sue complessità e fragilità, con la sua vulnerabilità – e il sentimento, quest’ultimo inteso come attrazione irresistibile, come desiderio di entrare in contatto, di rompere l’equilibrio della solitudine.
Minaccia e sentimento risultano quindi compenetrati, sono il volto mutevole e indecifrabile di un trasporto affettivo a cui non puoi sottrarti, anche se ne conosci fin troppo bene i risvolti dolorosi. «Being in love / Means you are completely broken», il verso che apre Being In Love, la traccia più potabile in scaletta ma anche il cuore tematico del disco, riassume con la sua dolcezza devastata il senso dell’operazione, un’apnea lunga quaranta minuti inaugurata dalle pennellate cupe di The Black Crow, vera e propria parata di correlativi oggettivi raggelanti (ombre che s’incrociano, corvi morti, fulmini che squarciano il mondo e gatti neri), e va a chiudersi con Just A Spark senza risposte possibili, se non la rassegnazione al lato minaccioso del concedersi, un pericolo che trascende la volontà e riposa nella natura maligna del sentimento stesso (la meravigliosa analogia tra la falce di luna e il pugnale «dal tuo cuore al mio»). Nel mezzo, lampi di consapevolezza e di resa (Tigress), la cognizione del dolore che si mescola a fascino e insidia (Coxcomb Red), la distanza come generatore di angoscia e la vertigine del logorio reciproco (Lioness, nella quale t’imbatti in un verso spietato come «Want to feel my heart break if it must break in your jaws»).
Un disco perfetto, The Lioness, perfino luminoso pur nella sua oscurità, proprio per l’inconfessata tensione a farsi monito esistenziale, un invito a non perdere di vista quel che si agita dentro ognuno di noi in un’epoca che ci vede sempre più soli ed esposti, fragili nella rete di relazioni che dimenticano lo spessore del sentimento, lo squilibrio tra ramificazione (visibile, “civile”) e radicamento (intimo, “in-civile”), tra vita e rappresentazione. Un disco-capolavoro a cui solo pochi mesi più tardi seguirà Ghost Tropic, otto tracce registrate in Nebraska (ancora con l’aiuto di Alasdair Roberts) che sposteranno il registro su un livello più astratto, ferma restando la cupezza e la consistenza del malanimo, da qualche parte tra il Neil Young della “ditch trilogy” (Time Fades Away, On The Beach e Tonight’s The Night) e il lirismo inafferrabile di Tim Buckley. Ma questo è un altro capitolo di una storia che vedrà ulteriori momenti di notevole ispirazione, passando da un cambio di ragione sociale sorprendente (il folk rock ad alto tasso elettrico dei Magnolia Electric Co.) e da una breve parentesi a proprio nome.
L’epilogo sarà terribile: Jason morirà nel marzo del 2013, a soli trentanove anni, per le conseguenze di un alcolismo rovinoso. Morirà solo (il matrimonio era nel frattempo naufragato) e in difficoltà economiche (tanto da non possedere neppure un’assicurazione sanitaria). Oggi Secretly Canadian – che ha pubblicato quasi tutta la sua discografia – dedica una ristampa a The Lioness che ha l’aspetto di un vero tributo, al disco e al suo autore. Alle nove tracce originali si accompagnano ben otto outtakes provenienti dalle stesse sessioni, più altre quattro risalenti alle cosiddette Lissy’s Sessions, incise poche settimane prima a Londra assieme all’amico James Tugwell. Se quest’ultime col loro taglio più sognante (il traditional Wonderous Love) e la ruvidezza lo-fi suonano abbastanza estranee al progetto – sarebbero apparse intruse nella scaletta finale, con l’eccezione forse di una Raw che incede allibita tra vibrazioni spacey di synth – le outtakes delle Lioness Sessions sorprendono per qualità e aderenza sia formale che tematica, al punto da proporsi come una naturale espansione di quel disco pure così compiuto. Probabilmente il motivo per cui non entrarono a far parte della tracklist va ricercato in una certa spigolosità, che avrebbe finito col perturbare quel senso di “tumulto subacqueo”, portando in superficie troppa irrequietezza. Forse Molina e i suoi amici/collaboratori/produttori vollero, fortemente vollero, conferire a The Lioness una forma compatta, concisa, essenziale: se così fu, alla luce del risultato finale direi che si trattò di una scelta del tutto condivisibile.
Ma la scoperta di queste canzoni va oltre il consueto (strumentale e spesso gratuito) rito delle outtakes: pezzi come Never Fake It, la lancinante Neighbors Of Your Age (con un bordone d’organo da pelle d’oca), l’appassionata From The Heart e la disarmante I Promise Not To Quit, allargano il perimetro espressivo e la tavolozza di emozioni che questo disco formidabile seppe regalarci. Se di Jason Molina già avevamo un’opinione molto grande, pari allo sconcerto (o, se preferite, al dolore tout court) per la sua perdita prematura, dopo questo Love & Work: The Lioness Sessions all’ammirazione si aggiunge lo stupore per una fase di grazia creativa incredibilmente fertile. Che rende ancora più acuto, se possibile, il rimpianto.
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