Recensioni

Una cosa è già stata detta e ridetta su Priscilla, il film di Sofia Coppola che racconta (anche e soprattutto) la relazione tra Priscilla Ann Wagner Beaulieu ed Elvis Presley, l’immortale star del rock’n’roll: cioè che è l’anti Elvis, il film di Baz Luhrmann, a cominciare non solo dall’evidente titolo ma anche dai toni (non sarebbe stato un film di Sofia Coppola, altrimenti), dalla musica, dal fatto che il primo non è un classico biopic, il secondo ne rispetta tutti i cliché (nel bene e nel male).

I detrattori di Sofia Coppola ripetono spesso che la regista di Lost in Translation “fa sempre lo stesso film” (spoiler: non è vero). Ma non è questo il luogo adatto a smentire o assecondare questa ipotesi. Quello che si può dire è che se la poetica di Coppola non fa per voi, non troverete alcuna forma di intrattenimento in questa pellicola lenta, con qualche difetto ma capace di risucchiarti in un mondo fatto per lo più di emozioni e intimità. E Sofia Coppola è sempre stata brava nel costruire universi emotivi, specialmente quello delle ragazze. Anzi, guardando i suoi film si ha quasi la sensazione che nessun altro sia in grado di narrare la femminilità in modo completo e vero come lei. Che poi no, non è vero, ce ne sono tante di registe là fuori che sanno farlo (e anche meglio, senza offesa per Coppola), ma nel momento della visione ha la capacità di fartelo credere, di cullarti e farti sentire compresa tra ciglia lunghe, abiti splendidi, musica, e poi lacrime e sangue.

Sofia Coppola ha basato il suo Priscilla su Elvis and Me, l’autobiografia di Priscilla Presley. Conosciamo la protagonista (interpretata da Cailee Spaeny) nel 1959, in una base dell’aeronautica militare americana nella Germania Ovest dove vive con i suoi genitori. Qui Priscilla incontra Elvis, uomo già di successo, lui 24enne, lei una ragazzina di 14 anni che si è appena affacciata al mondo dell’adolescenza.

L’attenzione della regista è focalizzata principalmente su due elementi. Uno, Priscilla è poco più di una bambina. Due, è una ragazzina che si innamora di un uomo molto più grande di lei. L’abisso sociale, caratteriale e anagrafico tra di loro si impone fin da subito sulla scena con la differenza corporea tra Spaeny e Jacob Elordi, l’interprete di Elvis. Se in tutti gli altri biopic sulla rock star i vari attori hanno dovuto prendere lezioni di danza per imitare l’immancabile ancheggiare, a Sofia Coppola sono bastati i due metri di altezza di Elordi che se ne sta lì fermo a imporre la sua presenza di personaggio pieno di ombre. Certo, erano altri tempi e quella che oggi potrebbe sembrarci una relazione al limite della legalità all’epoca era “normale”, ma non cambia il fatto che un rapporto del genere può lasciare dei segni incancellabili in ogni adolescente, oggi come cinquant’anni fa.

E infatti Priscilla è un coming-of-age ma soprattutto un memoir emozionale, che vuole spogliare pian piano la bambola costruita da Elvis Presley fino a svelare una donna, risolta e indipendente. Ad aprire il film, non a caso, sono i dettagli sull’eyeliner, le ciglia finte, i capelli corvini, tutti quegli orpelli artificiali che il cantante le ha appiccicato addosso, immagini tipiche del cinema di Coppola.

Il problema di Priscilla è che la prima parte del film (quella della relazione a distanza prima e dell’immersione nella vita di Elvis dopo, con la gabbia d’oro che si innalza lentamente attorno alla protagonista) funziona decisamente meglio. Perde un po’ di appeal nella seconda metà, dove la giovane donna inizia ad emanciparsi e ad allontanarsi pian piano da lui. Nella struttura, Priscilla ricorda tanto Marie Antoinette, ne condivide un desiderio sessuale represso, la solitudine, la fanciullezza. Entrambi i film, poi, sono accomunati da un finale anti climatico che, tuttavia, in Marie Antoinette era carico di emotività, nonostante entrambe le donne non abbiano esplosioni di carattere (che di per sé non è un problema). Ma se la regina di Francia che si allontana in carrozza con un destino già scritto è un degno finale per il film del 2006, in Priscilla l’effetto è più frettoloso, nonostante la protagonista (a differenza della reale ghigliottina) ha ancora un lungo futuro davanti a sé.

Oltre all’ovvia eleganza del set decor, elemento di nota in Priscilla è, come sempre nei film di Sofia Coppola, la musica, che qui spazi da Porches ai Ramones, Frankie Avalon, Alice Coltrane e tanti altri. Ma la vera protagonista è l’assenza della musica di Elvis. Gli eredi di Presley, infatti, non hanno concesso a Coppola i diritti per la sua musica e, come spesso accade, tali circostanze – fortunate – costringono i cineasti a spingersi più in là con la creatività (vedasi il caso di Velvet Goldmine). E così, per chiudere la pellicola, ad accompagnare l’evoluzione della protagonista è I Will Always Love You di Dolly Parton, la cui scelta ha una doppia chiave di lettura. Se, da un lato, è la canzone che Elvis ha dedicato all’ex moglie dopo il divorzio, dall’altro Parton non ha concesso al cantante di realizzarne una cover, perché il manager Tom Parker voleva che cedesse a lui tutti i diritti. L’analogia vien da sé. Alla fine, come risaputo, fu Whitney Houston nel 1992 a incidere la cover.

In definitiva, Priscilla è una storia dove tutto è ridotto all’osso, anche la recitazione è sussurrata. Un racconto sofisticato e un ritratto della bambina e della donna, dove Elvis Presley è solo il contorno. E anche se a un certo punto il suo spazio emotivo diventa più blando, è la prova, ancora una volta, che c’è ancora bisogno di storie che raccontino le donne attraverso lo sguardo di una donna.

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