Film
Sofia Coppola
Sofia Coppola – Lost in Translation
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Carmen Palma
- 14 Settembre 2023
Bob, un grande attore hollywoodiano in crisi coniugale ed esistenziale. Charlotte, giovane neolaureata in filosofia, moglie di un fotografo di successo. Due persone completamente opposte, con i volti di Bill Murray e Scarlett Johansson, si ritrovano a Tokyo per motivi diversi, si incontrano e trovano consolazione l’uno nell’altra. Questo è Lost in Translation, opera seconda di Sofia Coppola uscito nel 2003. Il film arriva in sala dopo il flop commerciale de Il Giardino delle Vergini Suicide, una pellicola che mostrava già tutta l’estetica e la sensibilità di una delle nepo baby più famose di Hollywood (ma che comunque ha mostrato di avere il talento per restare a galla nell’industria, da più di vent’anni).
Quando, nel 2003, i distributori italiani hanno ostinatamente aggiunto al film il sottotitolo “L’amore tradotto“, non si erano accorti di aver perso per strada un pezzo importante dell’anima del film. Con Lost in Translation si intende la materia linguistica che va inevitabilmente persa nel processo di traduzione, un fenomeno che Coppola trasferisce sul piano dei sentimenti e dell’identità. Quest’ultima, in particolare, rappresenta il focus preferito della filmografia di Sofia Coppola, soprattutto quando si parla dell’identità femminile (le sue opere coinvolgono praticamente solo donne come protagoniste).
Bob e Charlotte, nei loro incontri, discutono del tema della perdita, della crisi che tocca le diverse fasi della vita (quella dei vent’anni e quella di mezza età), in un luogo di transizione che appartiene a tutti e a nessuno, un bar di un hotel di Tokyo. Un posto che accoglie le insicurezze, le domande destinate a rimanere senza risposta. Bob è in Giappone per girare uno spot pubblicitario di una marca di whisky; il lavoro non lo entusiasma e ha sempre la sensazione che manchi qualcosa nelle traduzioni degli interpreti. Charlotte accompagna John, il marito, fotografo in ascesa che non rinuncia mai ad un incarico e per questo la trascura.
Nei loro dialoghi brillanti parlano di tutto: il lavoro, il matrimonio e la famiglia, escono, frequentano altre persone, vanno in qualche locale, ma più spesso restano in camera, parlano, si guardano e si capiscono perfettamente. Sono due personaggi insonni che provano uno smarrimento esistenziale, accentuato dai campi lunghissimi e dagli orizzonti poco nitidi di una città a loro così estranea. Il tutto senza mai finire nel rapporto fisico, in un finale anti-romantico che, come il titolo annuncia, termina con una frase di Bob sussurrata all’orecchio di Charlotte impercettibile (in realtà è stata decodificata dai fan, ma il suo stesso mistero contiene l’essenza del film, perciò non c’è nessuno gusto a svelarla).
In Charlotte c’è molto di Sofia Coppola, che con Lost in Translation ha potuto rielaborare un’altra perdita, la fine del matrimonio con Spike Jonze che, a sua volta, ha proiettato i propri tormenti in Her (2013). Proprio in occasione della Mostra del Cinema di Venezia 2023, la regista ha confessato a Rolling Stone di non aver mai visto l’opera dell’ex marito: “Non so se ho voglia di vedere Rooney Mara nei miei panni”.
Ad accompagnare il tutto, poi, una colonna sonora di tutto rispetto. La musica, del resto, scorre nel sangue della famiglia Coppola: Carmine, padre di Francis e nonno di Sofia, fu un compositore e direttore d’orchestra, contribuì molti dei pezzi musicali nel Padrino – Parte II e Apocalypse Now e fu allievo di Arturo Toscanini. Aggiungici poi Roman Coppola, figlio di Francis, il quale ha diretto, oltre a video di Moby e dei Vibes, tutti i video degli Strokes. Sofia non è da meno nella sua attenzione per la musica nei film, e infatti per Lost in Translation è riuscita a coinvolgere Kevin Shields dei My Bloody Valentine. Il leader della band, a dieci anni di distanza dal disco Loveless, ha composto quattro brani per la regista: City Girl, Goodbye, Ikebana e You Are Awake, pezzi perlopiù strumentali ricchi di sintetizzatori, abbastanza lontani dalle tipiche sonorità della formazione.
Da Loveless è tratto però un brano presente nella colonna sonora del film, Sometimes, che si impone come autentico cliché di “fiabesco corganiano” – con quella semiacustica in primo piano, il crepitio delle corde, la tastiera rapita da malumori fanciulleschi e lo zucchero della melodia intossicato da tremori cupi – con la differenza non da poco che qui il malanimo non lascia respirare neanche la nostalgia.
Ci sono poi gli Air (che Sofia Coppola aveva già impiegato per The virgin suicides), e Brian Reitzell, già collaboratore degli Air e vincitore, insieme a Kevin Shields, di un BAFTA per la colonna sonora del film. Reitzell, con On the Subway e Shibuya contribuisce all’atmosfera dream pop della pellicola, con sonorità (anche queste) elettroniche e strumentali. C’è poi il momento karaoke, quello più “musicale” in senso stretto: God Save the Queen dei Sex Pistols (cantata da Fumihiro Hayashi), Brass in Pocket dei Pretenders (interpretata da Scarlett Johansson), (What’s So Funny ‘Bout) Peace, Love, and Understanding di Nick Lowe e More Than This dei Roxy Music (entrambe intonate da Bill Murray).
Il film è stato candidato a quattro premi Oscar, quelli di miglior film, miglior attore per Bill Murray, miglior regista per Sofia Coppola e miglior sceneggiatura originale ancora per Sofia Coppola, che si è aggiudicata proprio quest’ultima statuetta. Bilanciando in maniera efficace umorismo e pathos, malinconia e romanticismo, Lost in Translation resta uno dei film più riusciti di Sofia Coppola.
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