Recensioni

Caustico e clownesco ma anche disarmante e riflessivo, incazzoso e punk come pure narcotico e vulnerabile, Tyron Kaymone Frampton, in arte slowthai, si è imposto sulla scena internazionale con una proposta che ha unito grime, rap e drill e ciò che nel frattempo, e con più forza, si è agitato nel comparto indipendente britannico e irlandese.
Ugly, che per un gioco degli opposti è l’acronimo di U gotta Love Yourself, oltre al nuovo tatoo, è il terzo album, quello che in teoria dovrebbe unire i puntini tra l’esordio Nothing Great About Britain che lo presentava come un Dizzee Rascal coi poster di Sex Pistols e Prodigy in camera, e le aperture statunitensi di TYRON, diviso in due tra incazzosa drill e una più intima e dimessa parte a riprendere la narrazione suburbana di The Streets. Ora, a due anni di distanza, arriva un disco che promette di andare oltre gli steccati del rap e del grime. Selfish è stato il primo singolo estratto, prodotto (come l’intero disco) da Dan Carey nei suoi studi nel Sud di Londra, e sempre con al fianco il sodale Kwes Darko a confezionare le basi, presenta il classico corollario di barre rap: risponde a chi lo invidia per il successo ottenuto. E il motto, non senza qualche conflitto interiore, è: pensare a se stessi, resistere, «perché ogni vittoria viene da una sconfitta», con ogni riferimento autobiografico al fattaccio degli NME Awards, puramente voluto.
All’epoca il ragazzo di origini barbadiane e irlandesi si era lasciato andare a commenti a sfondo sessuale nei confronti della conduttrice Katherine Ryan, scusandosi in un secondo momento, incidente che avrebbe potuto costagli caro. Invece, nel 2021, è arrivato TYRON, album che ha debuttato al primo posto della album chart britannica raccogliendo una sfilza di recensioni positive, tra cui la nostra. La voglia di rivalsa («always striving») è quindi il mantra che guida un po’ tutto, singolo di lancio compreso: nelle sue parole del rapper il pezzo è “emotional rock” ma la base è disco punk per come siamo abituati a sentirne da degli LCD Soundsystem particolarmente stressati. Il tiro, sintetico, gratta come una puntina sull’asfalto, con una cruda psichedelia giocata al synth a stemperare. È l’ordinaria claustrofobia di slowthai ritiratosi nel bunker dei propri pensieri o, letteralmente, nella stanza del Grande Fratello immaginata per il videoclip. «Il giardino dall’altra parte non è sempre verde, vuoi vedere un lato di Halloween che fa davvero paura?».
A farsi notare subito in scaletta è poi il feat. dei Fontaines D.C. nella title track, scelta non scontata ma che neppure dovrebbe sorprendere per uno che quattro anni fa aveva commissionato una base in perfetto stile Sleaford Mods a Mura Masa (Doorman) e che, in tempi più recenti, è apparso in un una versione alternativa di Model Village degli IDLES. E infatti il disco si attesta rapidamente all’ascolto come il più suonato nella carriera di slowthai: tante chitarre, tante batterie non sintetiche, tanti strumenti “veri”. Non che l’anima più elettronica venga del tutto lasciata da parte, sia chiaro: l’introduttiva Yum ad esempio frulla un po’ di Prodigy e un po’ di Death Grips in un’orgetta di industrial hip hop, ma è soprattutto da un punto di vista tematico che il pezzo è interessante.
Urla, respiri affannosi, affondi su depressione, dipendenze, impulsività, problemi di gestione della rabbia: slowthai sbratta e sbraita, e più che una dichiarazione di intenti il pezzo sembra una richiesta di assistenza professionale. Speculare contraltare è Feel Good, con versi di puro escapismo, magari un po’ facilone ma sicuramente necessario per stemperare un minimo la cupa pesantezza del resto, che fa il paio con l’aria da pub allegrotto in festa da dopolavoro di Sooner.
Le tinte tornano a incupirsi nel fosco e imparanoiato hip hop di Fuck It Puppet (i migliori Brockhampton presi male), nelle sofferente Never Again (tra gli apici del disco), nella disperata Falling che sembra guardare allo spiraleggiante Sid Vicious di My Way. Le sfoglie punk comunque sono proprio tante, tant’è che a tratti sembra un disco degli IDLES, ma per ogni Wotz Funny c’è una Tourniquet – sprazzi acustici, interpretazione emotivamente delirante – a bilanciare.
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