Recensioni

Ci piace l’aspetto più cinico, ruvido e grottesco del rap, ci piace ancora di più quando questi ingredienti si sposano al grime più crudo e lancinante, da attacco di panico rientrato in saliscendi di sillabe e strofe. Piace pure pensare che la next big thing nell’UK rap si ricollochi nelle insofferenti periferie di una Britannia affatto cool, più che nei compiaciuti sobborghi gomorriani con le auto sportive e i look casual tech in cui gravitano Skepta e Stormzy (che beninteso, ci piacciono ancora molto). Tyron Frampton viene dalla stessa città – Northampton – che ha dato i natali ad Alan Moore ed è un tipo che quando canta sulle basi più solide apparecchiate dal dedicatissimo e fedelissimo Kwes Darko riavvolge il nastro a Boy In Da Corner (citato immancabilmente nella title track) e ricuce fili e spillette con il primo The Streets in un presente che ha di nuovo fame, oggi come nel 2003, di rime che grattino l’asfalto (Piece Of Mind), di crudi ritratti di provincia, di gesti anche ingenui che ribaltino ipocrisie e illusioni.
Lo avrete capito, Slowthai non è il classico rapper figlio della Londra bene che si spaccia per gansta-grimer, neppure il cazzuto lumpenproletariat della working class inglese: figlio di madre teenager, sangue misto irlandese e barbadiano, la sua è una biografia che scorre sulle note dell’hardcore punk prima e delle pirate radio poi. È un Dizzee Rascal coi poster di Sex Pistols e Prodigy in camera (ascoltate Doorman, il pezzo con le basi molto Sleaford Mods di Mura Masa in cui racconta di entrare nella casa di un milionario) che confeziona nichilistiche strofe dal pulpito di una feroce macchietta («Clockwork Orange / I ain’t in the day of porridge / Don’t make me Chuck Norris / ‘Cause I run my town but I’m nothin’ like Boris», da Dead Leaves). Sa tirar di sciabola (chiama la Regina «cunt», Theresa May una «tyrant», ecc.) e sa giocar di sponda con colore e ironia (…e ti corteggia sicuro di sé le ragazza “posh” nel nightclub “cool”).
Eppoi c’è questa This Is England affatto great ai tempi della Brexit e di un dibattito costituzionale che assorbe l’intero spettro mediatico (quando in UK l’emergenza concreta è per case, sanità pubblica, ambiente) narrata attraverso i personaggi di una sdrucita suburbia stipata degli oggetti, dei meme e dei riferimenti di una (sotto)cultura (inglesissima) talmente vasta che servirebbe un libro (e per fortuna c’è Genius) per spiegarla a un neofita. È un autore già piuttosto impressionante, questo 24enne, che lascia il segno anche sul lato di videoclip che lo presentano con la spocchia di un Mac DeMarco cresciuto a pane e sermoni John Lydon.
Alimentato ad alcol, canne, una buona dose di individualismo e abnegazione, Nothing Great About Britain non è la bomba che è stata il primo Dizziee o l’esordio di The Streets. Non stiamo parlando manco di un disco che toglierà dal trono Skepta o l’attenzione nei confronti del suo nuovo disco. Slowthai non è il nuovo Eminem UK, non siamo a quei livelli di cinismo, ferocia e concisione, nemmeno abbiamo quel lato pop da esportazione a bilanciare una formula che concede pochissimo alla melodia (vedi Inglorious, con Skepta ospite). Noghing Great… punta a ficcarti nell’angolo per lavorati ai fianchi, per sfinimento, sputandoti in faccia i simboli di una deriva e di un degrado affatto confortante (ripensate ancora all’anarco punk di Doorman). Qui sta la sua autentica bellezza – e se non capisci metti i sottotitoli, direbbe lui – e non va taciuta una musicalità già piuttosto sua, più da standup che da grimer duro e puro, un taglio obliquo che ci fa spendere il paragone proprio con Em, entrambi pittori di questa infame ma divina commedia qui spianata ad uso e consumo di una generazione di locals e di quanti vogliano metter occhi e orecchie in una realtà dominata da un crescente divario sociale, ragazzi in Dr. Martens affatto di sinistra, razzismo e una diffusa povertà che non risparmia giorni né di sole né di festa (vedi il “natale freddo” di Slow Down Santa, con Babbo Natale mandato letteralmente a cagare)
Dopo l’EP di debutto dello scorso anno Runt, che tratteggiava i contorni di uno spelacchiato spacciatore di provincia, Nothing Great About Britain alza l’asticella e propone un nudo spaccato di UK tutto nervi e stomaco. E il suo autore da one to watch diventa il miglior nuovo volto rap/grime che possiamo spendere quest’anno senza distinzioni o steccati di sorta.
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