Recensioni
Editors, The Notwist, I Cani, Thurston Moore, Calcutta
Siren Festival 2016
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gianlucalambiase
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Marco Frattaruolo
- 27 Luglio 2016

La sensazione di spleen che accompagna il viaggio di ritorno nelle nostre torride città dai quattro giorni di Siren Festival è un qualcosa che difficilmente riusciremo a scrollarci di dosso nel giro di pochi giorni. Quando ci lasciamo la piccola città di Vasto alle spalle e questa comincia a farsi ricordo, le immagini e i suoni tornano a farsi nitidi nelle nostre menti. Saudade che si accompagna alla convinzione che il festival ospitato dalle caratteristiche mura (e dalle spiagge) della cittadina abruzzese sia destinato a crescere e ad affermarsi (sempre di più) come punto di riferimento della scena concertistica estiva nostrana. E se parlare di Primavera Sound in miniatura può apparire azzardato, poco importa: il Siren si conferma a tutti gli effetti un’evento musicale estivo di cui possiamo andare fieri e di cui possiamo parlare (con quella giusta dose di spocchia) ai nostri amici e conoscenti non italofoni. Era stato così con la scorsa edizione 2015 ed è così anche quest’anno. L’atmosfera festiva, la gente ipnotizzata dalla musica (dalla MUSICA ragazzi, che bellezza!!) insieme allo scorcio paradisiaco offerto da una location mozzafiato, è qualcosa che, così come la salsedine dei tre giorni di mare, una semplice doccia rigenerante difficilmente sarà in grado di staccarci di dosso.
La terza edizione del festival curata da DNA Concerti – che negli anni ha ospitato band e artisti internazionali del calibro di The National, Mogwai, James Blake, Sun Kil Moon senza mai rinunciare a novità e giovani promesse – si è quindi presentata sin da subito come il giusto connubio tra “colossi” internazionali (dagli Editors ai Notwist, fino ai sempreverdi Thurston Moore e Lee Ranaldo), nuove “leve” che stanno dominando la scena italiana (non solo I Cani di Niccolò Contessa e il fenomeno Calcutta, ma anche e soprattutto le piacevoli novità Motta e Cosmo) e volti più o meno nuovi di cui sicuramente sentiremo parlare nel breve periodo (Joan Thiele, Nosaj Thing, Ry X).
Venerdì 22 luglio
Il benvenuto ai due giorni di festival, anticipato il giorno prima dal concerto in serata di Lee Ranaldo, è affidato ai londinesi A.R. Kane, primi a calcare il palco principale in Piazza del Popolo e in grado – quasi a sorpresa – di raccogliere un pubblico piuttosto numeroso per un concerto in programma alle 19:45. Tra materiale vecchio e nuovo, il set è un continuo crescendo di post-rock dreamy e shoegaze nineties, quello che la formazione guidata da Rudy Tambala (orfano di Alex Ayuli e accompagnato da Maggie Tambala e da Andy Taylor) sa fare meglio e da cui proviene tanta della musica prodotta nel ventennio successivo. La band inglese dà così l’impressione di non soffrire minimamente il tempo passato, dando sfoggio di traiettorie sempre in bilico tra elettronica minimal e fluorescenze oblique. E dal suono sporco e levigato degli A.R. Kane all’elettronica di Nosaj Thing il passo non è poi troppo lungo. Ad accoglierci nel cortile del Palazzo d’Avalos troviamo gli ipnotici visual del producer losangelino, che con la sua dose di elettronica mista ora a soul, ora a frammenti hip-hop e clubber confeziona un live praticamente perfetto immerso in un’atmosfera dark rarefatta. Di tutt’altra pasta ed energia invece il set degli spagnoli The Parrots, che con il loro surf-punk di matrice blacklipsiana in una mezzora tiratissima danno vita a un live sudatissimo e a tratti goliardico. Dopo aver tratto refrigerio da diversi bicchieri di birra ci si sposta sotto il main stage dove, sin da subito, il colpo d’occhio è notevole. Si respira un’attesa smaniosa per il live del sempre più fenomeno mediatico Calcutta, che di placare la sua carica centrifuga pare non volerne sapere. A far impressione è ancora una volta la sua capacità di riuscire ad arrivare ad un pubblico trasversale. Ovunque giovani e meno giovani intonano a pieni polmoni e con le braccia all’aria gli ormai classici calcuttiani. E quando durante l’encore a fare capolino sul palco per una versione di Cosa Mi Manchi a Fare è Niccolò Contessa, a scatenarsi è quella giusta ovazione che incorona Roma – i detrattori dovranno mettersi l’anima in pace – a capitale della musica indie-pop-cantautorale nostrana.
Dopo essere riusciti a sgattaiolare via dal deflusso del palco principale riusciamo ad assistere alla prima parte del live di Cosmo – travolgente, festaiolo, infinitamente divertente più del solito, e terminato, apprenderemo il giorno dopo, con un’invasione di palco collettiva del numerosissimo pubblico accorso al Tuborg Stage – prima di arrivare al Cortile d’Avalos per il concerto di Adam Green già iniziato da qualche minuto: la primissima sensazione è quella di essere ospiti di un party spassoso. Green sul palco si dimena come un ossesso da una parte all’altra, nelle vesti di Aladino (il Siren Festival è stato per lui la cornice dove presentare il suo ultimo film Adam Green’s Aladdin al pubblico italiano), dando dimostrazione di sapersi divertire come un bambino e trascinando il pubblico nel suo lisergico, quanto fanciullesco, folle mondo.
Messa a bada l’adrenalina si ritorna sotto il mainstage curiosi di testare quello che gli Editors sono diventati. Se, infatti, la produzione della band di Stafford ha abbondantemente mostrato i suoi limiti, guardando un po’ ovunque senza riuscire mai a mettere a fuoco qualcosa, vedere dal vivo Tom Smith e compagni rimane tutto sommato un’esperienza piacevole. Non fosse altro per il tasso adrenalinico che il frontman dimostra sul palco, senza fermarsi un attimo, tra pose snodabili, corse pazze e una voce sempre impeccabile che riesce puntualmente a risaltare tra gli infiniti cambi di suono del gruppo, che in scaletta alterna brani tratti dall’ultimo In Dream alle hits che fanno impazzire la piazza. Un’energia infinita che per un attimo ci ha ricordato quella del boss Bruce Springsteen, guarda caso omaggiato da Smith nel bis in un emozionante piano e voce di Dancing In The Dark. E così ci si congeda dal primo giorno di Vasto, stanchi ma ampiamente appagati.
Sabato 23 luglio
Il risveglio del sabato risulta al quanto dolceamaro, e non solo per la stanchezza accumulata, ma perché a darci il buongiorno è la notizia dell’annullamento del concerto di uno degli artisti più attesi, ovvero Gold Panda. Dopo esserci messi l’anima in pace – affidando questo arduo compito alle atmosfere chill di Joan Thiele che accompagnano il calare del sole dietro l’orizzonte tracciato dalla superficie del mare Adriatico – si va incontro al secondo giorno di festival. E la prima sorpresa è rappresentata dalla raffinatezza ed eleganza di Ry X. Interamente incentrato sul nuovo corso aperto con Dawn, quello del cantautore australiano è stato un live intimo, raccolto, sussurrato e al tempo stesso in grado di catturare cuori e attenzioni con urgenza e sincera passione. D’accordo, Ry Cuming rimane un musicista smaccatamente derivativo e l’ombra di Bon Iver aleggia prepotente sull’intera esibizione, ma poco importa: un’esecuzione impeccabile, e le qualità tecniche da apprezzare sul palco sono talmente abbondanti da convincere in pieno.
Le dolci melodie vengono spazzate via però dal live di Thurston Moore. Ok, Vasto non è Barcellona e non lo sarà mai, per fortuna. Ma nella cittadina abruzzese succede che un matrimonio e relativo servizio fotografico tengano impegnati i Giardini d’Avalos facendo posticipare l’apertura del terzo giorno, oppure che i vigili interrompano il soundcheck di Moore perché “il prete sta celebrando!”. E’ direttamente l’ex-Sonic Youth a raccontarlo dal palco, col sorriso sulle labbra. Il suo set – inutile dirlo, affollatissimo – dovrebbe guadagnare un quarto d’ora dallo slittamento del programma, ma si ferma comunque ai quaranta minuti precedentemente annunciati. Tra l’altro proprio sul più bello, quando distorsioni, feedback e pedali stanno ingranando decisi sul materiale firmato con la sua nuova band, peccato. Una rumorosità in forma smagliante, che resiste al tempo, nonostante oggi abbia bisogno del supporto di un leggio. Libero da tutto e da tutti, Moore (che sul palco, da dietro il suo immancabile ciuffo biondo, sembra essere riuscito a fermare il tempo al 1990) fa quello che gli riesce meglio, infiammando di assoli sporchi e dissonanti i suoi brani: ora che ha una squadra alle spalle che gioca solo per lui e si diverte, finalmente può togliersi tutti gli sfizi, con il pubblico che sembra godere di gusto. E da un gigante dell’alternative dei “gloriosi” nineties che furono si passa così a quella che probabilmente resta l’esibizione più intensa dell’intera rassegna, quella dei Notwist. Un’ora e mezza in cui la band bavarese, al chiaro di luna, rispolvera il proprio disco “capolavoro”, quel Neon Golden che con gli intrecci electro-jazz-pop-kraut-rock delle sue Consequence (impeccabile), Pick Up The Phone, This Room, Solitaire è in grado a tutt’oggi di far rizzare i peli delle braccia a gran parte del pubblico.
Dopo la parentesi internazionalista si torna a fare i conti con la scena nostrana, prima con il concerto sul piccolissimo Tuborg Stage di Porta San Pietro del pisano Motta (costellato sin dall’inizio da problemi e limiti tecnici che da buon vecchio busker l’ex Criminal Jokers ha superato agevolmente, convincendo un pubblico numerosissimo con un set breve quanto intenso), poi con il live de I Cani, che tra vecchi classici elettro-pop da “cameretta” (Le Coppie, Hipsteria, Post-Punk, Wes Anderson, Velleità) e le più mature Questo Nostro Grande Amore, Una cosa stupida, Sparire (in assoluto uno dei momenti più emozionanti del festival) riesce a mettere i puntini sulle “i” del proprio percorso artistico, ormai giunto a quella che viene definita la “maturità artistica”. E così, tra le scariche elettro-punk di Lexotan, anche il secondo giorno scivola via trascinato da una briosa brezza marina che ci dà appuntamento all’evento domenicale cui spetterà il compito di concludere la terza edizione del Siren.
Domenica 24 luglio
I volti piacevolmente provati della domenica mattina si sono ritrovati nella suggestiva atmosfera intima ed evocativa della Chiesa di San Giuseppe per assistere all’esibizione finale del cantautore texano Josh T. Pearson. Una performance imbevuta di spiritualità e romanticismo folk, tra silenzi, arpeggi e continui crescendo in grado di rapire il pubblico. E’ interessante che a giorni di distanza dalla fine del Siren ci siano lettori e ascoltatori che continuano a registrarsi alla nostra playlist, o che magari hanno scoperto musica che ignoravano tra le mura antiche di Vasto, tra un bagno nella costa dei Trabocchi, quattro chiacchiere con il loro artista preferito serenamente incontrato tra i palchi e un piatto di arrosticini. Di certo dopo tre edizioni possiamo affermare con una certa sicurezza che l’Italia aveva bisogno di un festival come il Siren; aveva bisogno di un momento collettivo/aggregativo in grado di raccogliere un pubblico attento, curioso e divertito. Vasto, il suo pubblico e il suo festival sono un corpo unico che porta ricchezza di valori a tutti, e come tutte le cose di cui si avverte sincera necessità, tornando a casa proprio non riusciamo a non pensare all’edizione del prossimo anno.
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