Equilibrio, autenticità e ispirazione: intervista a Ry-X in occasione del Siren Festival
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Federica Carlino
- 15 Luglio 2016
Surfista, musicista e ascoltatore: Ry Cuming, in arte Ry-X, quest’anno ha pubblicato il suo primo album, Dawn (sulle nostre pagine trovate la recensione firmata da Riccardo Zagaglia) e la prossima settimana verrà a presentarlo in Italia con tre concerti, il 22, 23 e 25 luglio, rispettivamente a Sesto al Reghena, al Siren Festival di Vasto e a Milano. Abbiamo colto l’occasione per intervistarlo e per parlare un po’ della sua transizione da surfista a musicista a tempo pieno, della sua musica e delle sue collaborazioni.
Innanzitutto, come stai e come sta andando il tour?
Sto bene, sono un po’ stanco, ma i concerti che abbiamo fatto fino ad ora sono stati magici.
Hai iniziato ad attirare l’attenzione su di te da surfista. Che cosa ti ha portato a inserirti nell’industria musicale?
Credo di potermi ancora definire un surfista, oltre che un musicista. Sono cresciuto surfando nell’oceano, ho imparato a conoscerlo e a sentirmi a mio agio nell’acqua, perciò sarò sempre un surfista. Il mio legame con la musica è iniziato un po’ per caso, perché sono capitato a Los Angeles durante un viaggio e lì ho iniziato a conoscere una nuova realtà musicale, a interessarmi, e così è diventata una parte molto importante della mia vita. Per un po’ sono riuscito a bilanciare le mie due identità, ma ora mi sto dedicando completamente alla musica.
Come e quando hai iniziato a suonare?
Ho iniziato quando ero ancora molto piccolo. Mio padre aveva tantissimi strumenti in giro per casa e ci faceva sentire tantissima musica sul suo giradischi. Così ho cominciato a girare per casa con una chitarra, anche se non sapevo bene come suonarla. Credo di aver iniziato a suonare per davvero intorno agli otto o nove anni. Mi sono sempre dedicato più alla chitarra che al canto. Ho iniziato a cantare rappando o facendo metal.
Ah, sì?
Sì! Ho fatto punk, metal e rap. Ero appena un adolescente, poi crescendo ho provato a cantare cose più melodiche e mi sono reso conto di aver trovato un modo diverso di comunicare con la mia voce.
So che odi essere definito “cantante” o “cantautore”. Come mai?
[Ride, ndSA] Perché credo sia limitante. Quando scrivi e canti canzoni, affermi te stesso. Certo, sono un cantante e un cantautore, ma non voglio che mi si conosca solo con questa etichetta, voglio conservare la mia libertà creativa, e credo che sia giusto rispettare quella di tutti gli artisti. Non definirei Björk semplicemente come una cantante, oppure i Radiohead solo come una rock band. Io cerco sempre di non etichettare e di esplorare più a fondo.
In questi anni hai viaggiato molto e hai vissuto in posti diversi: che differenze hai notato tra le scene musicali dell’Australia, di Berlino e di Los Angeles?
Sono molto diverse, ma al tempo stesso vicine per molti aspetti. Penso che tutto dipenda dalle differenti storie e culture musicali di ognuna di queste città, dai motivi per cui hanno iniziato a creare musica. Ad esempio, dalla techno e dalla house di Berlino credo che si percepiscano le brutali esperienze che hanno dovuto vivere. La musica elettronica, specialmente la techno, non è mai stata tanto rilevante in Australia o in California, forse in parte perché la gente è più rilassata, fa yoga e gode di tantissimo sole. Molto di quello che viene prodotto dipende dall’ambiente, da ciò che ti circonda, dai luoghi in cui vivi.
E quale di questi posti vedi come “casa”, adesso?
Bella domanda. La California è il mio spazio, sicuramente, ma ogni volta che torno in Europa mi viene voglia di vivere un po’ qui e un po’ in America. Poi una mattina mi sveglio e mi viene voglia di tornare in Australia. Sto cercando di trovare un mio equilibrio e alla fine forse finirò per continuare a vivere in tanti posti diversi. Mi piacerebbe stabilirmi nel Nord Europa.
I testi delle tue canzoni sembrano poesie. Come e di cosa scrivi?
Sì, sono molto più vicini alla poesia di quanto lo siano al mero storytelling. La prima domanda che mi faccio, quando scrivo una canzone, è: “come posso riuscire a racchiudere tutta l’emozione, quello che ho da raccontare e che provo in otto frasi?”. La poesia risponde esattamente, in modo logico, a questa esigenza. Mi baso sempre sulle mie esperienze, su cose personali. Non racconto storie di altre persone.
Tempo fa una delle tue canzoni, Let Your Spirit Fly, è stata inserita nella colonna sonora del film Hoot. Ma in realtà quasi tutte le tue canzoni sarebbero adatte a far parte di una colonna sonora. C’è qualche regista in particolare a cui ti piacerebbe dare la tua musica o un film in cui vorresti fosse inserita?
Oh sì, ci sono tantissimi registi meravigliosi! Mi piace l’idea di comporre per il cinema, magari un giorno lo farò da solo. Con uno dei miei altri progetti, The Acid, abbiamo appena composto la colonna sonora di un film per il Tribeca Film Festival di New York. Il bello del comporre per il cinema è un po’ il fatto di andare in profondità, cercare di trasmettere più emozioni e più empatia possibili associando la musica alle immagini. Diverse persone ci riescono. Ad esempio, la collaborazione tra Jonny Greenwood e Paul Thomas Anderson in There Will Be Blood è stata grandiosa: dare a Greenwood una responsabilità del genere, magari senza sapere bene cosa aspettarsi, e poi sentire una musica così intensa, progressivamente tesa e ben costruita, ha reso il film molto più potente. Mi piace quando il lavoro di un regista si sposa con quello di un musicista e si riesce ad approfondire musicalmente una trama.
Restando in tema “ottime collaborazioni”, come vi siete conosciuti tu e Frank Wiedemann?
Ci siamo conosciuti grazie a un amico comune, e all’inizio non pensavamo che saremmo finiti a lavorare insieme. Poi abbiamo trovato un punto di congiunzione tra le nostre esperienze personali, una certa fratellanza. Ci siamo inviati diverse canzoni e così abbiamo imparato a conoscerci. Frank è un grande esperto di musica e tecnologia e penso che aver collaborato sia servito a tutti e due. Ci siamo ispirati a vicenda.
Nel tuo nuovo album, Dawn, c’è una versione alternativa di Howling, che era stata inclusa nell’eponimo progetto con Wiedemann. In questa nuova versione avete sostituito la chitarra acustica con l’elettrica. Quali erano le intenzioni alla base di questo cambiamento di suono?
Dunque, la prima versione che è uscita era una sorta di demo. Ho scritto quella canzone per la mia ex e l’ho suonata per moltissimi anni, sempre accompagnandomi con una chitarra elettrica, piuttosto che con un’acustica. Nel fare il nuovo album, l’ho inserita per raccontare una parte della mia vita, forse un po’ per concludere la storia di quella canzone. Cambiarne il suono era semplicemente un modo per inserirla al meglio all’interno del progetto. Una nuova interpretazione.
Parlando di suoni, come scegli gli effetti da usare nel tuo album?
Dipende dal processo creativo. Solitamente non arrivo in studio con un’idea precisa di come dovrebbe suonare il materiale, inizio a creare e vedo cosa succede.
Cosa volevi comunicare con quest’album?
Onestà, autenticità. Volevo che fosse davvero autentico, che mi rappresentasse. Penso che più ti dimostri autentico, più riesci a legare con le persone. Ho cercato di restare concentrato, di non perdermi e di mostrarmi per come sono, per trovare una connessione con le persone, dar loro un modo di sperimentare qualcosa emotivamente.
Suoni di fronte a tantissimi pubblici diversi. Provi mai paura sul palco?
Più che paura, provo il desiderio di rimanere me stesso, essere onesto. A volte può essere difficile, quando cerchi di instaurare un legame emotivo tra te e il pubblico, con le canzoni che stai suonando.
C’è un posto in particolare in cui ti piace suonare?
Mi piace trovare bei posti. Ho avuto la possibilità di suonare in cattedrali, musei, gallerie e magazzini. Mi piace trovare posti interessanti. Amo esibirmi in Europa e non vedo l’ora di suonare in Italia. Molti artisti non vengono in tour in Italia, ma io ho fatto di tutto per venirci perché ho ricevuto un supporto immenso dagli italiani e mi sento molto vicino alla vostra cultura, a voi, e non vedo l’ora di vivervi. Sono stato già a Milano una volta, ma non ho avuto modo di visitare bene il resto dell’Italia, perciò sono molto felice di tornare.
Riguardo al tuo progetto coevo, The Acid, possiamo aspettarci un altro album?
Sì, sicuramente! Abbiamo appena scritto la colonna sonora per quel film di cui ti dicevo prima e abbiamo scritto diverse canzoni, pronte per essere sistemate. Forse ci lavoreremo quando avrò finito di promuovere il mio progetto. Anche con Frank abbiamo molto materiale in sospeso.
Quindi questi sono i progetti a cui ti dedicherai al termine del tour?
Dopo un po’, direi l’anno prossimo. Per qualche tempo mi concentrerò sulla scrittura.
C’è qualcun altro con cui ti piacerebbe collaborare?
Sì, direi gli stessi che ho nominato prima. Björk, Radiohead… mi piacerebbe davvero molto lavorare con i Radiohead. Ho sempre amato anche i Sigur Rós, Philip Glass… ce ne sono diversi. Mi piace l’idea di essere ispirato in modi diversi e di continuare ad aprirmi e ad esplorare nuove idee. Però voglio chiarire una cosa: non mi affascinano queste persone solo perché sono famose. Sono creatori. Björk è un’icona, ma se scoprissi una giovane artista al suo stesso livello, vorrei lavorare anche con lei.
Da ascoltatore, c’è qualche album in particolare che hai apprezzato quest’anno?
Mi ci è voluto un po’ per apprezzare il nuovo album dei Radiohead. È molto bello, ci sono un paio di canzoni che mi hanno colpito. Daydreaming penso sia la loro miglior canzone da un po’ di tempo. Mi sono piaciuti alcuni aspetti dell’album di James Blake, e… oddio, c’è così tanta musica che quasi perdi il filo. Anche molti miei amici, come David August, hanno pubblicato splendide canzoni nell’ultimo periodo.
