Recensioni

A Milano, nella sera del 7 maggio, in prossimità della fermata Bicocca, sono cominciati a spuntare piccoli e poi sempre più folti gruppi di umanità gotica, che viaggiavano compatti verso un’unica direzione. Giubbotti di pelle, lunghe gonne di pizzo, trucco pesante e t-shirt inequivocabili: per chi non fosse mai stato al Teatro Degli Arcimboldi, non sarebbe stato poi così difficile trovare la strada per l’unica data italiana di Siouxsie Sioux. Bastava seguire quella lunga, lunghissima scia nera.
Nel cortile antistante al teatro, in attesa di prendere posto all’interno, si erano quasi tutti concentrati intorno a un baretto. Un ragazzo in monopattino chiede: “Ma che succede? Perché tutta questa gente vestita di nero?”. Qualcuno risponde:“C’è il concerto di Siouxsie”. Insiste con aria interrogativa: “Roba dark?”. E un coro compassato replica stancamente: “Sì, roba dark”. Il ragazzo ringrazia per l’informazione e se ne va, continuando a guardarsi intorno, ancora un po’ spaesato per quella piccola e inaspettata invasione di quartiere.
Erano dieci anni che Susan Janet Ballion, icona indiscussa del punk, del post-punk e del dark, non suonava dal vivo. I biglietti per la sua unica data italiana, messi in vendita lo scorso 3 febbraio, sono andati sold-out nel giro di 30 minuti. Era dunque tanta l’eccitazione e altrettante le aspettative per uno dei concerti-evento del 2023.

Il tour è partito il 3 maggio all’Ancienne Belgique di Bruxelles, per poi approdare al Paradiso di Amsterdam. I video delle esibizioni hanno fatto il giro del web, non mancando di provocare polemiche per i tanti commenti velenosi che contestavano a Siouxsie tutto il contestabile: gli outfit, la forma fisica, la voce, l’intonazione e finanche la scaletta. Sarà forse questo il motivo per cui video e foto ci vengono perentoriamente vietati, con tanto di duplice avvertimento da una laconica voce fuori campo, prima dell’inizio della performance? Se è il volere dell’artista non si può che rispettarlo, e ben venga concentrarsi una volta tanto sull’esibizione piuttosto che sulla giusta messa a fuoco, ma scopriremo più avanti con quanta intransigenza – ai limiti della pedanteria – quel divieto verrà fatto osservare.
Ma concediamoci una breve digressione sul tono delle polemiche. Posto che è oltremodo ingenuo oltreché pretestuoso comparare il presente col mito, verrebbe da chiedersi quando mai la Nostra sia stata nota per le sue impeccabili esecuzioni dal vivo. E anche quanti non abbiano avuto la fortuna di poterla vedere esibirsi negli anni più fulgidi della sua leggenda (inclusa chi scrive), basterà recuperare qualche live d’annata per scoprire che l’intonazione non è mai stata esattamente il suo forte. Fosse stato il contrario, staremmo raccontando tutt’altra storia, e non certo quella di un’icona vivente del punk. Per tacere di tutto il sessismo che ha permeato le squallidissime uscite, lette un po’ ovunque, sul suo corpo di sessantaseienne, sulle movenze un po’ incerte e i look arditi. Parole inaccettabili, soprattutto da chi abbia una minima cognizione dello spessore artistico e culturale della performer in questione.

Ma torniamo al concerto. Avvolta in un una lunga tunica-pantalone argentea e con le ormai inseparabili sneakers che hanno definitivamente preso il posto di stivalacci e anfibi, Siouxsie appare da subito magnetica e potente: l’attacco è affidato a una delle perle di Juju, Night Shift, seguita dall’altrettanto amata Arabian Nights e da Here Comes That Day, tratta dal suo lavoro solista del 2007 Mantaray. Il tempo di concedersi una nuova digressione nell’epopea con i Banshees (Kiss Them For Me), che arriva la prima canzone che fa scattare tutti in piedi in adorazione: la memorabile cover dei Beatles, Dear Prudence, che è talmente bella da far dimenticare qualche sbavatura di troppo.
Si alternano ancora brani suoi con quelli storici (Face To Face, Loveless, Land’s End) e arriva un’altra canzone attesissima, Cities in Dust. Tra le ovazioni fuori controllo, spiccano dichiarazioni d’amore gridate tra un brano e l’altro, cui Siouxsie risponde sprezzante e divertita: “Bla Bla Bla. Shut Up! Don’t Talk! Listen”. Seguono altri brani memorabili, tra cui uno tratto dal repertorio dei Creatures (la toccante But Not Them, con un neanche tanto velato riferimento alle tante guerre del mondo di oggi), poi una travolgente Sin In My Heart, quindi Christine e Happy House, che toccano dentro nonostante gli arrangiamenti risultino ancora una volta non all’altezza degli originali – ma d’altronde che senso avrebbe rifare i Banshees senza i Banshees?

A dispetto delle attese, i bis sono solo due e rappresentano un momento di autentica liberazione per un pubblico rimasto sino a questo momento fin troppo disciplinato (forse perché alle prese con i controlli rigorosi, ai limiti del ridicolo, delle maschere improvvisatesi “squadre anti-smartphone”): su invito implicito della cantante, si riversano quasi tutti in platea per ballare Spellbound e la cover di Iggy Pop The Passenger. Davamo tutti per scontato l’encore di Hong Kong Garden, eseguita nella data precedente di Amsterdam e attesissima, ma che invece non viene concessa – con dispiacere di molti. Il concerto si chiude così in maniera inaspettata, quasi frettolosamente, dopo nemmeno un’ora e trenta minuti che sembrano un tempo veramente risicato, soprattutto dopo un’attesa così lunga e partecipata.
Quello che ci resta addosso è pero la sensazione di aver assistito a un evento controverso e importante; per i tanti che per la prima volta hanno avuto la fortuna di poterla ascoltare – si spera ben consci del fatto che non avrebbero incontrato la stessa identica persona immortalata in un’iconografia che pure ha contribuito a rendere il suo mito senza tempo – siamo certi che a prevalere sia stata, ancora una volta, la fascinazione per una figura dotata di un carisma unico, che con la sua parabola ha scritto un capitolo incancellabile nella storia della musica.
E a quanti si sono persi nei tecnicismi, assorbiti dalla conta degli errori e delle inconcepibili eterodossie; a tutti coloro a cui i conti non sono tornati (come se i conti dovessero tornare sempre e comunque); a quelli che hanno scritto di essersi sentiti “frodati” da un’operazione priva di sostanza, non all’altezza del ricordo e lontana dal vero, verrebbe da chiedere cos’è vero in quel ricordo. Perché, come qualcuno ha scritto, il tempo frantuma e poi disperde la verità. E quel che rimane diventa, appunto, leggenda.
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