Recensioni

Pubblicato il 4 dicembre 1981, Once Upon A Time, assieme al live Nocturne del 1983, è forse il miglior biglietto da visita dei Siouxsie and The Banshees, uno dei più celebrati gruppi post-punk. Poco di mezz’ora che raccoglie i singoli del primo periodo (1978-1981), probabilmente quello migliore.
Il gruppo si era formato attorno al nucleo originario costituito dalla cantante Siouxsie Sioux (vero nome: Susan Dallion) e dal bassista Steve Severin (vero cognome: Havoc). Siouxsie faceva parte del gruppo che frequentava la boutique Sex di Malcolm McLaren e successivamente dell’entourage che gravitava attorno ai Sex Pistols (il c.d. Bromley Contingent).
Dotata di una forte personalità, Siouxsie capì ben presto il potenziale di successo del fenomeno punk sia in termini artistici, sia in termini commerciali. Nello stesso tempo capì anche la necessità di emanciparsi dalla longa manus di McLaren e dagli eccessi che stavano velocemente portando i Sex Pistols all’implosione. Insieme a Severin, Siouxsie elaborò una forma di punk che si discostava sensibilmente da quello dei Pistols, prediligendo un sound dai contorni tenebrosi, lugubri, ipnotici. A rafforzare la parte musicale si aggiungevano i testi arcani e l’immagine stregonesca di Siouxsie (capelli neri cotonati o arruffati, pallore cadaverico, trucco pesantissimo, gioielli necrofili e magici, abiti sadomaso). Soprattutto grazie a questo look – in realtà un aggiornamento in chiave sepolcrale del glam – il gruppo divenne l’icona definitiva della stagione dark e inventò una moda, specialmente presso il pubblico femminile, divenendo un fenomeno sociale incredibilmente duraturo.
Un minimalismo emaciato e spigoloso trovava nella line up iniziale una prima incarnazione con Siouxsie, Severin, Sid Vicious alla batteria (!), Marc Pirroni (poi negli Adam And The Ants) alla chitarrista e Peter Fenton. Dopo due anni in attesa di un contratto il gruppo, con una nuova formazione (John McKay alla chitarra e Kenny Morris alla batteria), registrò il suo primo singolo Hong Kong Garden (1978), una filastrocca straniata da un ritmo cinese allo xilofono che rimane uno dei pezzi più interessanti della band, forse perché uno dei meno corrivi: uno dei meriti di Once Upon A Time sta nel comprenderla in tracklist insieme ad altri tre singoli mai pubblicati precedentemente su LP. I quattro successivi brani presentati nell’album, ovvero Mirage (dal primo LP The Scream; una sequela di riff distorti dilaniati dalle urla selvagge di Siouxsie), la suspense da film noir di Staircase (secondo singolo mai apparso su LP), il climax funebre e angosciante di Playground Twist (dal secondo LP Join Hands), il rock’n’roll sfrenato di Love In A Void (terzo dei quattro singoli), definirono lo stile della formazione, inizialmente enfatico, spettrale, aguzzo come una punta di lancia e destinato a supportare il lamento ora funereo ora torvo della cantante intenta a imitare (malamente) i suoi modelli di riferimento, Patti Smith e soprattutto Nico.
Cambiata la formazione col chitarrista John McGeoch (proveniente dai Magazine) e il validissimo batterista Budgie (alias Peter Clark), il gruppo virò dalla severità monocromatica dei primi due album verso la via degli psicodrammi esistenziali alla Doors nel terzo album Kaleidoscope, da cui provengono i due brani Happy House e Christine; il nuovo corso pervenne a un parziale successo stilistico nel crescendo epico del singolo Israel (il quarto singolo selezionato). Il successivo album Ju Ju andò persino oltre, movimentando il loro sound con le litanie mediorientali di Arabian Nights e il tribalismo morboso e minaccioso di Spellbound, probabilmente il loro miglior pezzo di sempre potendo contare sulle capacità vocali di una Siouxsie al suo meglio e sullo zenith tecnico raggiunto dal resto della band.
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